“Aiuto non sono più capace di stare attento”: che cos’è l’attenzione e cosa fare in caso di difficoltà attentive?

 “Io penso che la capacità di attenzione sia la cosa che dà alla vita il suo significato più profondo.”
Pablo Casals

Andrea è appena stato dimesso dall’ospedale. Due settimane prima un auto lo ha investito, mentre si recava al lavoro in bicicletta. Per fortuna, ora sta bene. Ha avuto un trauma cranico lieve, i medici dicono che è guarito.Con un gran sospiro di sollievo, inizia nuovamente la sua routine: lavoro, palestra, amici.
Andrea si accorge a poco a poco che qualcosa non va in lui. Al lavoro fa fatica a svolgere gli stessi compiti che svolgeva prima, o meglio, fa fatica a portarli a termine nello stesso tempo. A casa, non riesce più a guardare un film intero, si stanca, si deconcentra, perde il filo. Quando va a fare la spesa al centro commerciale, tende a sentirsi confuso, sente l’impulso di fuggire in luoghi più tranquilli. Preoccupato, ne parla con il medico di base che gli consiglia di effettuare una valutazione neuropsicologica: il medico intuisce che Andrea ha delle difficoltà attentive determinate dalle lesioni cerebrali riscontrate a seguito dell’incidente.

Ma che cos’è l’attenzione?

L’attenzione è una funzione fondamentale per la capacità generale del sistema cognitivo (Zimmermann e Fimm, 1992). Essa infatti permette la regolazione dell’attività cognitiva, selezionando o ignorando le informazioni provenienti dall’ambiente, allo scopo di emettere risposte adeguate (Ladavas e Berti, 1995). Esistono diverse componenti dell’attenzione (Stablum, 2002), proviamo a comprenderle con degli esempi.
Immaginiamo che Andrea sia al supermercato, e stia cercando sullo scaffale le uova.
I suoi occhi continuano a spostarsi su tutti i prodotti, che gli sembrano tantissimi, ma non riesce a fermarsi sulla scatola che gli serve. E’ sicuro che le uova siano proprio lì davanti a lui, ma non riesce a trovarle…Alla fine, deluso, esce dal supermercato sentendosi affranto e incapace.
Questo tipo di difficoltà è riconducibile ad un deficit di attenzione selettiva, che è quella capacità di selezionare gli stimoli rilevanti in presenza di informazione distraente. Tale componente attentiva ci permette di individuare tra la folla la persona che stiamo cercando, ci consente di leggere il giornale nonostante ci sia la radio accesa e ci permette di selezionare il frutto che vogliamo mangiare da una cassetta di frutta mista.

L’attenzione sostenuta e la vigilanza, invece,  sono abilità fondamentali per mantenere l’attenzione nel tempo. La prima si riferisce alla “capacità di mantenere l’attenzione su eventi critici per un considerevole periodo”; la vigilanza è l’abilità di “monitorare nel tempo eventi con bassa frequenza di accadimento” (Stablum, 2002). Un esempio pratico in cui viene coinvolta questa funzione dell’attenzione, in particolare quella di attenzione sostenuta, è la visione di un film al cinema che comporta un buon livello di concentrazione per un lungo periodo di tempo, oppure la lettura di un testo lungo. Ancora, guidare in autostrada per lungo tempo in un momento della giornata con poco traffico implica la capacità di riuscire a rimanere vigile per lungo tempo nonostante la monotonia dell’ambiente circostante.

Infine, le ultime due componenti dell’attenzione sono l’attenzione divisa e l’attenzione alternata. La prima è quella capacità  che ci permette di eseguire due compiti contemporaneamente. Pensiamo ad esempio a quando cuciniamo mentre ascoltiamo il telegiornale, o più semplicemente, a quando camminiamo mentre parliamo. L’attenzione alternata ci consente invece di prestare attenzione alternativamente a due compiti, come quando stiamo conversando con qualcuno e ci suona il telefono. Prontamente rispondiamo e, conclusa la telefonata, riprendiamo la conversazione con l’amico.

Quando posso insorgere difficoltà attentive e cosa fare?

I processi attenzionali si basano su circuiti cerebrali neurali diffusi. Patologie che coinvolgono la funzionalità cerebrale possono quindi avere come conseguenza deficit attentivi, che diventano molto invalidanti per la persona che ne soffre. Pensiamo ad esempio al trauma cranico, all’ictus o anche a malattie degenerative come la demenza.
E’ opportuno in tali casi effettuare una valutazione neuropsicologica da uno specialista.
Lo specialista che valuta il funzionamento corticale è il neuropsicologo. Per quanto riguarda le funzioni attentive, egli valuta i deficit attentivi attraverso diverse modalità. In primo luogo, analizza la prestazione della persona in compiti che coinvolgono direttamente specifiche componenti dell’attenzione; in secondo luogo, egli ha l’obiettivo di capire l’importanza delle difficoltà per la vita quotidiana attraverso l’osservazione e i resoconti dei familiari e della persona stessa.
Valutata l’entità delle difficoltà, la persona può intraprendere una riabilitazione cognitiva assieme al neuropsicologo, con l’obiettivo di migliorare tali aspetti.
Esistono programmi terapeutici mirati al ripristino dell’attenzione. Tra questi vi sono trattamenti diretti e interventi basati su strategie compensative. I primi hanno l’obiettivo di restituire in tutto o in parte le abilità attentive deficitarie; i secondi mirano ad adattare il comportamento della persona in modo da utilizzare con maggior efficacia funzionale le capacità attentive residue (Zoccolotti, Caracciolo e Pero, 2006).

BIBLIOGRAFIA

Ladavas, E. Berti, A., (1995), Neuropsicologia. Il Mulino, 77-96.

Stablum, F., (2002), L’attenzione. Carocci editore.

Zimmermann, P., Fimm, B., (1992), Testbatterie zur Aufmerksamkeitsprufung (TAP). Freiburg: Psytest (edizione italiana: Batteria di Test per l’esame dell’attenzione (TEA), (1994). Roma: Edizioni Erre).

Zoccolotti, P., Caracciolo, B., Pero, S., (2006), La riabilitazione dei disturbi dell’attenzione. In: Mazzucchi, A., La riabilitazione neuropsicologica. II edizione. Masson S.P.A Milano.

 

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