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Racconti di terapia: il disturbo borderline di personalità di Matilda.

“Senza sapere che cosa io sono e perché sono qui, la vita è impossibile.

-Anna Karenina, Tolstoj-

Matilda, una ragazza di 29 anni, si rivolge al nostro studio in seguito alla rottura della relazione con il suo compagno. In prima seduta ci racconta “anche con Mario è finita…è sempre lo stesso problema, prima mi innamoro perdutamente, la relazione è fantastica, va a gonfie vele…e poi finisce tutto…non riesco a credere di essermi innamorata di quel cretino!”.

Matilda ci parla della sua difficoltà a mantenere nel tempo relazioni strette con partner e amici e della difficoltà a mantenere un lavoro a causa di scoppi di rabbia che non riesce a controllare e momenti di grande sofferenza “quando mi arrabbio non riesco proprio a controllarmi, è più forte di me…un secondo dopo mi sembra che tutto non abbia senso, non so chi sono, cosa voglio, è come se finissi in un buco nero da cui non riesco a uscire…a volte è come se fossi senza pelle, come se sentissi le emozioni a mille…sto malissimo quando succede”.

Nel racconto di Matilda emerge come la ragazza manifesti difficoltà che riguardano, in particolari modo, il mantenimento delle relazioni nel tempo. Nelle sue relazioni intime, Matilda tende ad alternare sentimenti di estrema idealizzazione dell’altro a sentimenti di svalutazione, rendendo difficili le relazioni con partner o amiche intime, che diventano spesso caotiche e instabili.

Un’altra difficoltà che emerge dalle parole della ragazza, e che inficia sulle sue relazioni, riguarda la regolazione delle emozioni: è come se Matilda fosse in balia di una “tempesta emotiva” con problemi nel regolare le emozioni (disregolazione emotiva) e farle rientrare dentro un range di tolleranza. Il suo umore cambia repentinamente, passa velocemente da un’emozione all’altra; Matilda presenta reazioni emotive più marcate e durature rispetto a quelle di altre persone e sentimenti cronici di vuoto (assenza di scopi).

I tentativi che Matilda mette in atto per controllare questa “tempesta emotiva” sono spesso azioni impulsive e comportamenti dannosi per se stessa “mi capita in quei momenti di mangiare come se fossi senza fondo, apro il frigo e non smetto di mangiare fino a quando non sto male” e, piangendo, “mi sono anche tagliata l’altro giorno…”. L’impulsività che ci descrive può manifestarsi in vari modi nelle persone: esplosioni di rabbia e litigi, azioni autolesive, abuso di sostanze, abbuffate, gioco d’azzardo, promiscuità sessuale, spese sconsiderate, atti comunque potenzialmente dannosi per se stessi.

Il disturbo emotivo che sta limitando la vita di Matilda si chiama Disturbo Borderline di personalità. Attraverso un trattamento basato sulla DBT (Terapia Dialettico Comportamentale) e affiancato ad altri interventi come la Sensory Motor, la Terapia Metacognitiva Interpersonale, ecc., Matilda potrà lavorare su se stessa con lo scopo di riuscire a padroneggiare meglio la sua sofferenza e rendere le sue relazioni più stabili. In particolare il trattamento di Matilda avrà come obiettivi la riduzione dei comportamenti disadattivi, l’aumento di abilità per tollerare meglio la sofferenza trovando strategie alternative per gestirla, una migliore abilità di consapevolezza di sé (mindfulness) e migliori competenze di regolazione emotiva e di efficacia interpersonale.

Perché ho il Disturbo Ossessivo Compulsivo?

“Non dobbiamo  aver paura di commettere errori.
Anche i pianeti si scontrano
e dal caos nascono le stelle”.
Charlie Chaplin

Spesso chi soffre di Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) si chiede perché l’abbia sviluppato, quali siano state le cause. È difficile, se non impossibile, dare una risposta certa. Ci sono però molti studi che sottolineano la necessità della presenza contemporanea di più fattori. Quando si cercano le cause si deve fare un lavoro di ricostruzione delle esperienze importanti nella vita della persona per identificare i fattori che possono, con alta probabilità, aver portato allo sviluppo del DOC.

Che tipo di fattori portano a sviluppare il DOC?

I fattori che portano allo sviluppo del DOC sono diversi e possono essersi presentati anche molti anni prima della manifestazione del disturbo.
È utile fare una distinzione tra due tipi di fattori:
Fattori di vulnerabilità, da vulnus, che in latino significa ferita. Si intende ciò che rende la persona più facilmente “attaccabile” dalle esperienze esterne.
Fattori di rischio, sono invece quelle esperienze della vita che aumentano la probabilità di sviluppare il disturbo.
Possono essere significative:
-Le esperienze precoci che la persona vive e il contesto interpersonale nel quale è inserita (non solo la famiglia ma anche le altre persone significative con le quali si entra in contatto fin da piccoli).
-Il clima familiare, è l’insieme dei pensieri, delle emozioni e dei comportamenti tipici delle persone della propria famiglia.
-Gli stili educativi, intesi come l’insieme delle conoscenze relative all’educazione, la “filosofia” educativa che si decide di seguire (più o meno consapevolmente) e le vere e proprie strategie educative che si mettono in atto.

Chi è più vulnerabile?
C
iò che rende più vulnerabili ad un possibile disturbo psicologico sono tre tipi di fattori: l’attaccamento insicuro, le difficoltà genitoriali sul tema della responsabilità e l’educazione morale.

Vediamo però come questi fattori di carattere generale, sono determinanti nella manifestazione specifica del DOC.

  1. Attaccamento insicuro. L’attaccamento, secondo la teoria di Jhon Bowlby, è l’insieme degli atteggiamenti e dei comportamenti che si instaurano tra due persone: il bambino (che ha bisogno di essere accudito nei suoi bisogni primari) e la sua figura di accudimento (tipicamente la madre, ma possono essere anche altre persone vicine al bambino). Il bambino ha dei bisogni e in base alle risposte che la figura di accudimento gli da, il bambino creerà un proprio sistema di attaccamento. Semplificando molto, possiamo descrivere il fenomeno in questo modo: se la figura di accudimento è pronta a rispondere nell’immediato e gli fornisce risposte adeguate, il bambino svilupperà un attaccamento  sicuro;  in caso contrario svilupperà un attaccamento di tipo insicuro.

Pertanto chi ha sviluppato un attaccamento di tipo insicuro risulta essere più vulnerabile alla manifestazione del DOC.

  1. Difficoltà genitoriali sul tema della responsabilità. Le difficoltà possono essere  sia in termini    di    iporesponsabilizzazione  oppure di iperresponsabilizzazione del proprio bambino.

Un  esempio  per  quanto  riguarda  l’iporesponsabilizzazione  potrebbe  essere quello di una famiglia molto preoccupata per eventuali pericoli e minacce che potrebbero  accadere.  Questo  atteggiamento  apprensivo  porta  i  genitori  ad   essere iper protettivi con i figli, tanto da impedir loro di  fare  esperienza  di  eventuali situazioni di rischio. Questo porta i figli  a  pensare  di  non  essere  in  grado di affrontare un eventuale rischio. In breve, se non corriamo qualche rischio, non sapremo se siamo in grado di farvi fronte.

Per quanto riguarda l’iperresponsabilizzazione invece un esempio potrebbe essere quello di famiglie con molti figli, che per svariati motivi delegano sistematicamente l’accudimento dei figli più piccoli ai figli più grandi. In questa situazione I figli più grandi vengono investiti di un ruolo che non compete loro e li carica di un eccessivo senso di responsabilità.

  1. Educazione morale. Si tratta di famiglie nelle quali l’educazione dei figli è più incentrata sulla trasmissione di regole e sulla morale che non sulle emozioni e sull’affetto.

Come arrivo all’idea che “non devo commettere errori”?

  1. Commetto un errore;
  2. Quando commetto un errore vengo rimproverato in modo improvviso, inaspettato e molto aspro;
  3. Chi mi rimprovera mette il “muso”;
  4. Il “muso” finirà senza un reale chiarimento, come se non ci fosse un perdono.

In questo modo ciò che accade è che non faccio mai esperienza di arrabbiatura con conseguente perdono e chiarimento. Questo sviluppa in me l’idea che “commettere errori è catastrofico” perchè non so mai se il mio errore verrà perdonato o meno. L’idea che ne consegue è che “non devo commettere errori”.

Quali esperienze precoci rendono più probabile lo sviluppo del DOC?

Le esperienze precoci possono essere così riassunte:

  1. Elevato criticismo da parte dei genitori nei confronti dei figli;
  2. Tendenza dei genitori a drammatizzare la colpa per un errore che è stato commesso;
  3. Famiglie impegnate nella ricerca di un colpevole, per poter scaricare la propria responsabilità,
  4. Sproporzione tra gravità di un errore e reazione genitoriale;
  5. Reazione genitoriale inaspettata;
  6. Incoerenza nelle conseguenze delle proprie azioni;
  7. Mancata accettazione della possibilità di commettere errori;
  8. Minaccia o realizzazione del ritiro dell’affetto da parte di persone

Bibliografia:

Francesco Mancini, La mente ossessiva. Curare il disturbo ossessivo compulsivo. Raffaello Cortina, 2016.

 

 

 

La Depressione Infantile

“Oh Tristezza! Ho un compito super importantissimo tutto per te, seguimi! Questo è il cerchio della tristezza ed il tuo compito è che tutta la tristezza resti al suo interno!!” (Gioia)

“Piangere mi aiuta a stare calma e a non essere ossessionata dal peso dei problemi della vita. Sono troppo triste per camminare, dammi solo qualche ora…” (Tristezza)

(dal film Inside Out)

 

Maria è una bambina di 12 anni che, a detta dei genitori, da un po’ di settimane appare piuttosto irritabile, talvolta triste e non va più volentieri né a danza nè a scuola. I genitori, le maestre e Lucia, la sua insegnante di danza, sono molto preoccupati, non capiscono le intense esplosioni di pianto che ultimamente scoppiano sempre più di frequente. Maria appare disperata, la scorsa settimana era stata invitata da una compagna di danza ad una festa di compleanno, ma ha deciso di non andare dicendo alla madre “è inutile andare alla festa, tanto mi scoccio, non parlerò con nessuno, so che non piaccio a nessuna di loro”.

La tristezza è un’emozione diffusa, può presentarsi in ognuno di noi in modi diversi, in alcuni casi tuttavia, genitori, insegnanti ed altre figure di riferimento riportano cambiamenti sostanziali  nel repertorio dei comportamenti abituali del bambino.

Negli ultimi anni si è assistito ad un incremento delle ricerche sui sintomi depressivi nell’infanzia. I bambini depressi appaiono infelici, irritabili, si sentono sfiduciati e inadeguati, senza valore e impotenti, in loro prevale la tendenza a non ritenersi capaci di poter influenzare il verificarsi o meno di certi eventi attraverso il proprio comportamento. Spesso si riscontrano in loro scarsa capacità di concentrazione e ridotte prestazioni nelle attività scolastiche. Sono presenti anche sentimenti di inutilità e colpa.

La “depressione patologica” è caratterizzata dalla presenza di un certo numero di sintomi e sentimenti depressivi di durata ed intensità tali da determinare una compromissione globale del funzionamento cognitivo, emozionale e relazionale del bambino. La depressione “normale” è uno stato emozionale transitorio caratterizzato dalla tristezza e fa parte della normale dinamica affettiva.

La depressione può produrre modificazioni nel sonno (ad es. sonnolenza diurna o insonnia) e nell’alimentazione (ad es. inappetenza o iperalimentazione), inoltre induce facile affaticabilità o difficoltà ad iniziare attività; inoltre, può esser spesso associata a una condizione di bassa autostima, a difficoltà relazionali con senso di esclusione dal gruppo, ad una generale perdita di interesse per molte attività (giochi, sport, videogiochi), ad una diminuita capacità di concentrazione e a convinzioni che riguardano autoaccuse e autocommiserazioni. Nei casi più gravi, il bambino può nutrire profondi sentimenti di colpa e sentirsi responsabile per eventi occorsi in passato. Possono esserci anche pensieri di morte.

In certi casi vi è uno specifico fattore precipitante, un evento o una circostanza di forte impatto emotivo negativo che è possibile individuare all’esordio del disturbo. In altri casi vi è un lento peggioramento delle competenze sociali e di fronteggiamento delle situazioni della vita senza significativi eventi scatenanti, in altri ancora ci può essere una combinazione di più eventi stressanti. La depressione infantile può persistere fino all’età adulta.

I bambini possono apparire tristi ed essere più o meno consapevoli di esserlo e lo possono negare o esprimere in maniera poco chiara; inoltre, possono apparire preoccupati, chiedendo spesso se si vuol loro bene, oppure annoiati, non divertendosi o non investendo nelle attività previste per la loro età (videogiochi, sport, amicizie). Infine, possono essere oppositivi e manifestare una compromissione delle prestazioni scolastiche. Infatti, si riscontra frequentemente un declino dell’andamento scolastico e dello sforzo impiegato con una generale perdita di interesse per le materie studiate. Il bambino rinuncia facilmente, non completa il lavoro assegnato che appare poco curato o disordinato e spesso si lamenta di non avere sufficienti energie per terminare i compiti.

I disturbi più frequentemente associati alla depressione infantile possono essere ADHD, i disturbi dell’apprendimento, i disturbi d’ansia e del comportamento. L’associazione della depressione con altri disturbi peggiora la prognosi e sembra influenzare la durata degli episodi depressivi e la ricorrenza del disturbo.

Nel trattamento della depressione infantile risulta importante il coinvolgimento sia del bambino che delle persone per lui significative.

 

Bibliografia:

La Depressione Infantile (Dacomo M. e Pizzo S.). Il Mulino, 2012

La Depressione Infantile, Intervento Psicologico nelle Scuole (Stark K.). Edizioni Erickson, 1995

Psicoterapia Cognitiva dell’Infanzia e dell’Adolescenza, (Isola L. e Mancini F.). Franco Angeli, 2004

SINPIA I Disturbi Depressivi in Età Evolutiva. Linee guida

Il ritiro sociale in adolescenza

 

È tendenza comune evitare le cose e le situazioni che temiamo e che non sappiamo affrontare e questo atteggiamento è molto frequente anche in adolescenza. I ragazzi che non riescono ad affrontare la situazione più temuta, l’interazione con i pari, possono anche arrivare ad un vero e proprio ritiro sociale, che nei casi più gravi può portare al rinchiudersi lentamente nella propria stanza fino a non frequentare più coetanei e non svolgere attività scolastiche ed extrascolastiche. Il ritiro sociale è quel comportamento che porta la persona all’isolamento sociale e sembra essere abbastanza stabile durante le fasi dello sviluppo, dalla fanciullezza all’adolescenza fino all’età adulta (Rubin e Coplan, 2004, Rubin, Coplan e Bowker, 2009). In letteratura c’è un diffuso consenso sul fatto che vari fattori portano al ritiro sociale: disinteresse nel relazionarsi con gli altri, depressione e/o ansia sociale (Coplan, Gavinski-Molina, Lagacé-Séguin e Wichmann, 2001). Inoltre, ricerche longitudinali mostrano come il persistere delle difficoltà relazionali e il ritiro sociale correli positivamente con la depressione (Hammen, 2005). Altre ricerche hanno, invece, documentato una correlazione tra le difficoltà nella relazione tra pari e alti livelli di sintomi di fobia sociale (Ginsburg, La Greca e Silverman, 1998). È attraverso la relazione tra pari che i ragazzi elaborano poi il proprio modo di relazionarsi in età adulta, perciò solo intervenendo in età precoce possiamo modificare gli schemi relazionali disfunzionali portandoli a diventare funzionali. Motoca, Williams e Silverman (2012) hanno mostrato che alti livelli di ansia correlano con scarse abilità sociali e interazioni tra pari disfunzionali e scarse abilità sociali correlano con interazioni tra pari disfunzionali.

Per poter quindi evitare determinate situazioni, si ritiene importante aiutare i ragazzi a sviluppare delle interazioni sociali con i pari positive. È dimostrato, infatti, che la gravità della psicopatologia è spesso correlata a difficoltà a carico delle funzioni metacognitive e del ritiro sociale (Semerari et al., 2014), pertanto, è importante aiutare i ragazzi a sviluppare le abilità metacognitive* e quelle sociali e può essere utile farlo inserendo questi ragazzi in un gruppo di “Social skills training“.

Il “Social skills training” è un training di gruppo volto a potenziare quelle abilità sociali, come l’abilità a iniziare e mantenere una conversazione o la capacità di risoluzione dei conflitti, e all’acquisizione di modi personali per affrontare le situazioni interpersonali temute. Quando vi è un’alterazione della capacità comunicativa verbale ed extraverbale, l’obiettivo è lavorare con tecniche di esposizione, di “modellamento”, di “role playing” e di “pratiche assegnate” , con lo scopo di favorire l’apprendimento di comportamenti interpersonali adeguati e di ridurre l’ansia nelle situazioni temute. In un ambiente protetto come quello del gruppo, le persone possono imparare e modificare i propri approcci comunicativi e, di conseguenza, la rappresentazione di sé. Sperimentando rapporti sociali con gli altri membri del gruppo e utilizzando i feedback sul proprio comportamento, i ragazzi che partecipano a questo gruppo possono comprende come migliorare le proprie interazioni con gli altri. Pertanto, svilupperanno la conoscenza e la consapevolezza emotiva, impareranno a comprendere la relazione tra emozioni e pensieri nelle diverse situazioni di vita quotidiana e svilupperanno le abilità relazionali apprendendo strumenti che li renderanno capaci di gestire le diverse situazioni problematiche che si possono trovare ad affrontare nella vita quotidiana, aumentando il numero dei fattori protettivi per evitare l’instaurarsi di disturbi psicopatologici in età adolescenziale e/o adulta.

 

*Abilità metacognitive: l’insieme delle abilità che consentono all’individuo di attribuire e riconoscere la presenza di stati mentali (es. emozioni, pensieri, desideri, bisogni, intenzioni) in se stesso e negli altri, a partire da espressioni facciali, stati somatici, comportamenti ed azioni, di riflettere e ragionare su di essi e di utilizzare tali conoscenze per prendere delle decisioni, risolvere i problemi interpersonali, padroneggiare la sofferenza soggettiva e negoziare efficacemente i propri desideri e scopi con gli altri (Terzo Centro di Psicoterapia Cognitiva, Roma).

 

Bibliografia:

Coplan R.J., Gavinski-Molina M.H., Lagancé-Séguin D. e Wichmann C. (2001). When girls versus boys play alone: gender differences in the associates of nonsocial play in kindergarten. Developmental Psychology. 37, 464-474

Ginsburg G., La Greca A.M. e Silverman W.K. (1998). Social anxiety in children with anxiety disorders: Relations with social and emotional functioning. Journal of Abnormal Child Psychology. 26, 175-185

Hammen C. (2005). Stess and depression. Annual Reviews of Clinical Psychology. 1, 293-319

Motoca L.M., Williams S. e Silverman W.K. (2012). Social Skills as Mediator between Anxiety Symptoms and Peer Interactions among Children and Adolescents. Journal Clinical Child Adolescent Psychology. 41(3), 329-336

Rubin K.H. e Coplan R.J. (2004). Paying attention to and not neglecting social withdrawal and social isolation. Merrill-Palmer Quarterly, 50(4), 506-534

Rubin K.H., Coplan R.J. e Bowker J.C. (2009). Social withdrawal in childhood. Annual Review of Psychology, 60, 141-171

Semerari A., Colle L., Pellecchia G., Buccione I., Carcione A., Dimaggio G., Nicolò G., Procacci G. e Pedone R. (2014). Metacognitive dysfunctions in personality disorders: correlations with disorder severity ans personality styles. Journal of Personality Disorders, 28, 137

 

Insonnia in età evolutiva

Il sonno viene come l’avanzare della marea. Opporsi è impossibile.
-Banana Yoshimoto-

Carlo ha 18 mesi, è in buona salute ed ha uno sviluppo psicomotorio nella norma. È figlio unico e ha sofferto di coliche nei primi 3-4 mesi di vita, creando nei genitori preoccupazioni sulla sua capacità di addormentarsi senza piangere. I genitori riportano che Carlo ha un problema di addormentamento e spesso un risveglio notturno, da cui fatica ad addormentarsi. Quello che preoccupa i genitori è che ormai (da qualche mese) non basta più la loro presenza in stanza per tranquillizzarlo quando non riesce a dormire, come quando era più piccolo.

Cos’è l’insonnia in età evolutiva?
I problemi di sonno in età pediatrica sono tra i più riferiti dai genitori ai pediatri o ad altre figure di accudimento dei bambini. Tra questi, i problemi di inizio e mantenimento del sonno durante la notte sono comuni e si stima la loro prevalenza intorno al 20-30% durante la prima infanzia. I problemi di sonno infantile hanno conseguenze negative sia sul contesto familiare che sul bambino stesso.

La diagnosi di insonnia in età pediatrica non viene emessa al di sotto dell’età di sei mesi. Questo perché solo intorno ai sei mesi i bambini tendono a sviluppare un sonno ben consolidato e acquisiscono la capacità di dormire di notte. L’importanza di una diagnosi precoce dell’insonnia nel bambino è sottolineata dagli studi che dimostrano che i problemi di sonno durante il primo anno di vita, se non trattati, tendono a persistere. In particolare è stato evidenziato che i problemi di sonno non trattati tendono a mantenersi nel 50% dei bambini quando vengono rivisitati uno o due anni dopo.

Un crescente numero di studi negli ultimi 10 anni indica che gli interventi cognitivo comportamentali per l’insonnia nel bambino sono efficaci, soprattutto nei primi anni di vita, per risolvere i problemi di disposizione a letto e di risvegli notturni sia a breve che a lungo termine.

Quali sono i sintomi del disturbo?
I problemi di disposizione a letto e i risvegli notturni durante la notte in età pediatrica sono compresi nella Classificazione Internazionale Dei Disturbi del Sonno (ICSD-3) nell’ambito del Disturbo da insonnia cronica.

I sintomi principali dell’insonnia nel bambino sono:

  1. Difficoltà a iniziare il sonno;
  2. Difficoltà a mantenere il sonno;
  3. Risveglio prima del voluto;
  4. Resistenza ad andare a letto negli orari appropriati previsti;
  5. Difficoltà a dormire senza l’intervento del genitore o di chi gli fornisce le cureprimarie

Le conseguenze diurne associate sono:

  1. Fatica/malessere;
  2. Difficoltà di attenzione, di concentrazione o di memoria;
  3. Difficoltà in ambito sociale, famigliare o nelle prestazioni scolastiche;
  4. Disturbi di umore/irritabilità;
  5. Sonnolenza diurna;
  6. Problemi comportamentali (es. iperattività, impulsività, aggressività);
  7. Riduzione della motivazione/energia/iniziativa;
  8. Propensione agli errori/incidenti;
  9. Preoccupazioni o insoddisfazione rispetto al sonno (questo solo a partire dall’etàadolescenziale).

Nei bambini piccoli (0-3 anni), la difficoltà di addormentamento, di mantenimento del sonno o entrambe sono spesso il risultato di associazioni inadeguate che il bambino impara relativamente al sonno e alle fasi di addormentamento o sono problematiche dovute a inadeguate definizioni dei limiti da parte dei genitori.

Lo sviluppo del modello di sonno disadattivo infantile e dei suoi disturbi è influenzato da una complessa serie di fattori sia fisiologici che psico-sociali correlati a influenze culturali, caratteristiche genitoriali e a specifiche relazioni tra bambino e genitore.
Vi possono essere anche bambini che hanno disturbi del sonno dovuti perlopiù a problemi di ansia sottostante o di paure specifiche.

Quali sono i trattamenti?
La terapia di tipo Cognitivo-Comportamentale (CBT) risulta la più efficace per questo genere di disturbi, anche in età pediatrica. In particolare gli interventi di tipo comportamentale risultano efficaci sulla riduzione dei tempi di addormentamento, sul numero di risvegli notturni, sulla durata dei risvegli notturni e sull’efficienza del sonno.
Gli interventi si strutturano in base all’età e allo stadio di sviluppo del bambino e sono personalizzati in relazione al specifica situazione.

Sono interventi che prevedono:

  • Una fase di valutazione della situazione (3/4 colloqui);
  • Un colloquio di restituzione rispetto a quello che è emerso, con indicazionisull’intervento più adeguato da seguire;
  • Una fase di trattamento.

L’intervento più indicato è il Parent Training.
Il Parent Training, è di breve durata ed è focalizzato sul sonno. Durante il Parent Training si danno sia indicazioni educative sul sonno, sia indicazioni per le routine precedenti al momento dell’addormentamento, che siano rilassanti positive e che aiutino il bambino a collegare il sonno con attività calme e piacevoli. E’ molto importante prevedere anche una parte dell’intervento sulla modificazione di alcuni pensieri poco utili che i genitori fanno rispetto al sonno.

Come possiamo aiutare i bambini a dormire meglio?
Per poter aiutare i bambini a dormire meglio è utile avere delle conoscenze sul sonno.
Appena nato, il bambino, per dormire bene ha bisogno di un contatto continuativo con la sua mamma perché si trova nella fase di esogestazione che dura 9 mesi, il periodo di transizione tra la pancia della mamma e il mondo esterno.
Il bambino ha un sonno molto diverso da quello della sua mamma e del suo papà: i primi mesi la ghiandola pineale che regola la produzione di melatonina non é ancora pienamente sviluppata e, fino a circa tre anni, il suo ciclo di sonno ha una struttura completamente diversa da quella di un adulto. Potrà, quindi, essere più vulnerabile a svegliarsi perché durante la notte trascorre più tempo nella fase di sonno leggero (sonno REM).
Il bambino, dopo i 4 mesi, inizia ad acquisire un ritmo circadiano. Dormirà meglio e si sentirà più sicuro se la sua mamma garantirà una continuità tra l’ambiente in cui si addormenta e quello in cui dorme.
Il bambino, crescendo, comincerà ad avere bisogni diversi e ad autoregolarsi durante la notte, fino a dormire da solo.
Possiamo garantire sempre la nostra protezione e il nostro accudimento pur modificando talvolta le nostre modalità di addormentamento in relazione ai suoi cambiamenti e alle sue richieste. Non esiste un tempo preciso per cominciare a dormire da soli, ma come quando si impara a camminare o parlare ogni bambino ha i propri tempi e il compito del genitore è quello di accompagnarlo in questo processo graduale di autonomia. Ci saranno momenti però, in cui il bambino ricercherà di nuovo la vicinanza della propria mamma: quando é malato o quando sta vivendo un cambiamento o quando ha fatto un brutto sogno.

Bibliografia.
Alberto Pellai e Barbara Tamborino, E’ ora del lettino. Piccole grandi sfide evolutive, DeAgostini, 2017.
Alessandra Devoto, Il trattamento cognitivo-comportamentale in età evolutiva, Cognitivismo Clinico (2016) 13,1, 68-80.

Emma sono io. Una commedia sul Disturbo Bipolare e le sue alterazioni dello stato dell’ umore, tra patologia e romanticismo.

 “Ho continue variazioni di umore, cioè posso passare da un ottimismo sfrenato a un pessimismo abissale nell’arco di quattro battiti”

– Daniel Pennac –

“Emma sono io” è un film del 2002 diretto da Francesco Falaschi. Emma, interpretata da Cecilia Dazzi, di primo impatto si presenta come una giovane donna estremamente calma, controllata, responsabile e cauta, che con passione e rigore svolge la sua professione di pediatra e ricopre il suo ruolo di assessore comunale nel piccolo paesino di Porrona, nella maremma grossetana. Fin dalle prime scene, in realtà, è possibile cogliere come le idee di Emma cambino in tempi brevi, talmente brevi da risultare strane, bizzarre alle persone che la circondano. Infatti, quando torna per l’ennesima volta a controllare lo stato dei lavori per la costruzione della ludoteca comunale, si stupisce di trovare le pareti di un imponente verde pisello e chiede spiegazioni a chi si sta occupando di questo, Costantino.

Emma: “Buon Giorno Costantino. Ma questo verde si era detto di farlo pastello, non pisello”.
Costantino: “Si era detto di rallegrare un po’ i colori, un tantino più vivaci”.
Emma: “No. No. No!!. Io apprezzo il vostro coinvolgimento ma voglio un ambiente che rassereni i bambini. Agitarli alla loro età è fin troppo facile. Un bambino agitato è un agitato adulto”.

Nello stesso giorno si reca anche dal fioraio per scegliere le composizioni e gli addobbi floreali per il matrimonio di Marta, la sua migliore amica, interpretata da Elda Alvigni. Decide di usare tuberose e lilium sui toni del bianco e rose bianche a gambo lungo, per creare un’atmosfera sobria e sofisticata. In quanto assessore si è proposta di celebrare il matrimonio e di organizzare il ricevimento e la cerimonia nella vecchia villa di famiglia, proprio al centro del borgo di Porrona, un contesto fiabesco e romantico per coronare il sogno d’amore di Marta, la sua amica di sempre, quella insicura che si innamora mille volte e mille volte è come fosse la prima volta. Marta, l’amica con la quale ha condiviso gran parte della sua adolescenza e giovinezza, che la conosce nel profondo e che apprezza tutto di lei e particolarmente i suoi lati “un po’ esuberanti”, tanto da ribadirle, ancora una volta mentre vede che sta assumendo dei farmaci, che non è d’accordo con la sua decisione di prenderli. Non è ancora chiaro quale sia il segreto di Emma, nemmeno a Roberto (Marco Giallini), marito di Emma. L’arcano si svela quando la protagonista si reca dal farmacista di fiducia per ritirare i suoi farmaci e, per un disguido nelle consegne, si sente dire che per quattro giorni non potrà prendere il litio. I sali di litio sono farmaci che hanno la funzione di stabilizzare l’umore e vengono somministrati alle persone che soffrono di Disturbo Bipolare per prevenire episodi maniacali. Questo giustifica il suo cambiare spesso idea rispetto al colore delle pareti della ludoteca, l’assumere dei farmaci quotidianamente, l’apparire significativamente diversa, irriconoscibile in momenti diversi della propria vita contrapponendo atteggiamenti estremamente disinibiti ed eccessivi a sobrietà, rigore e pacatezza. Emma infatti soffre di un Disturbo dell’Umore, sindrome così definita in quanto caratterizzata da un’alterazione dei meccanismi fisiologici di oscillazione del tono dell’umore: le variazioni dello stato emotivo avvengono in modo spontaneo, sono collegate ad una vasta gamma di sintomi e risultano eccessive in quanto non permettono alla  persona di reagire in modo adeguato e funzionale al contesto e alla situazione che sta vivendo, determinando una profonda compromissione del funzionamento personale in aree importanti della propria vita. Nel frattempo nella villa di famiglia è arrivato anche Carlo, suo caro amico d’infanzia, interpretato da Pierfrancesco Favino, attualmente editore di romanzi d’amore, veterano di mille relazioni e di un’esistenza avventurosa e superficiale, visto da Emma come una persona impaurita dall’amore, che non è mai riuscita ad esprimere i suoi sentimenti nei confronti di Marta, tanto che la sta perdendo senza fare niente. Per fortuna giunge anche Anna che da sempre si occupa della cura della casa e del cibo, proponendo un’ottima cucina casalinga toscana e che, anche in questa occasione, sarà pronta a seguire i preparativi del matrimonio, ma soprattutto ad essere di aiuto ad Emma e Marcello. L’indomani il “mattino ha l’oro in bocca” e, senza il litio, anche Emma: infatti, hanno qui inizio le mille peripezie della “nuova “ protagonista, euforica, felice, al settimo cielo, incontenibile, quasi indefinita. Sempre impegnata in mille imprese, che non vede mai come impossibili, inadeguate o difficili. Una donna che ha sempre qualcosa da dire, anche quando sarebbe meglio tacere o usare parole discrete e velate, che cento ne pensa e poi mille, poi diecimila… che pensa sempre, perennemente, passando da un pensiero ad un altro alla velocità della luce, pensando ad una nuova idea ancora prima di aver terminato una considerazione su quella appena precedente. Una persona che parla con tutti, che parla ininterrottamente delle sue fantasie e dei suoi ideali, delle sue emozioni e dello scopo della sua vita, anche se pochi minuti dopo le sue parole e le sue idee possono cambiare rovinosamente. Una persona che non ha fame, che non ha bisogno di riposare, che non ha bisogno di dormire, che dimentica le cose… ma trova sempre il tempo per farle. Di prima mattina decide di passare a controllare come procedono i lavori della ludoteca. I lavori sono a buon punto, anzi sono finiti, ma non la soddisfano. Le indicazioni che aveva dato il giorno prima non la rappresentano più, non sono più coerenti con lo stato del suo umore. Vanno cambiati immediatamente i fiori delle composizioni, lilium, tuberose e rose bianche potrebbero creare un clima smorto e non è ciò che si addice ad un matrimonio. Il matrimonio è un giorno felice, di festa, dove invitare i propri cari, parenti, amici, tutti gli abitanti del borgo e la banda del paese. Non può mancare la banda del paese. Poi corre dal Maestro Marsili, incaricato della musica che verrà intonata durante la cerimonia. E si scusa, ma ha cambiato idea, ha sbagliato… come ha potuto pensare a Ravel? Troppo delicato, discreto. Meglio Schubert. Marta, in trepidante attesa dell’arrivo del suo futuro sposo Daniele (Nicola Siri) comincia a preoccuparsi del comportamento della sua migliore amica. Fin dal primo momento in cui si vedono non si piacciono, non si sopportano, Emma non digerisce l’essere ingessato e rigoroso di Daniele e Daniele è infastidito e spaventato dall’irresponsabilità e superficialità di Emma. Intanto arrivano i farmaci, ma lei decide di non prenderli. Non li vuole più prendere, così sta bene, così è sé stessa finalmente. Il ragazzo le chiede di poter fare una telefonata, lei gli passa il cellulare del marito e scopre, per caso, che sta ricevendo una telefonata da  parte di Elisa, una studentessa universitaria che, non accorgendosi che al telefono ha risposto Emma, chiede a Roberto, il suo amore, di andare a prenderla in stazione per portarla a casa, la loro casa per le vacanze. Rispetto ad Emma e a tutte le persone che soffrono del suo stesso disturbo è difficile contenerne i sintomi ed i comportamenti patologici. Analizzando nello specifico quanto successo fino ad ora, da un punto di vista clinico, è possibile affermare che Emma stia vivendo un Disturbo Affettivo e nello specifico un Episodio Maniacale in quanto mostra un umore esageratamente euforico ed irritabile, grandiosità, diminuzione del bisogno di sonno quotidiano, eloquio accelerato, fuga delle idee e sensazione che i pensieri si succedano rapidamente, alta distraibilità e disorganizzazione, aumento eccessivo dell’attività finalizzata e coinvolgimento in attività ludiche che mettono la persona a rischio di conseguenze dannose per la vita, sebbene possa negarlo o possa sottovalutare il rischio. Queste manifestazioni problematiche alterano pesantemente il funzionamento quotidiano della persona nella sua vita sociale, lavorativa e familiare. Dopo aver ricevuto, al posto del marito, la telefonata di Elisa, Emma reagisce d’istinto e si reca da lei, finge di avere la macchina in panne e le chiede aiuto. Riesce ad entrare nella sua casa, ma non solo, riesce a farsi raccontare tutto sulla sua relazione con Roberto e a diventarle amica. Questo rappresenta l’inizio di una grande amicizia. Da questo momento non parla più con il marito e non perde occasione per dimostrarsi scontrosa e sfuggente, aumentando la perplessità e la preoccupazione di Roberto. Emma disorientata dal turbinio di emozioni che sta vivendo scappa, si allontana immediatamente da casa e da suo marito. Carlo, che la conosce e la comprende, sa bene dove trovarla e si reca al piccolo attracco dove Emma abitualmente si recava per cercare di tranquillizzarsi e gestire le sue emozioni. Amava recarsi lì perché si trattava di un luogo familiare, calmo, dove sentirsi protetta e trovare quella serenità che dentro di lei non c’era, che non le apparteneva. Quando vede arrivare Carlo appare sollevata, subito lo abbraccia, comincia a piangere e a sfogarsi. “Prima era tutto così colorato. Quando vai giù tutto diventa grigio, tutto diventa lontano. Tutto diventa duro”. E’ così che Emma descrive a Carlo la sua tristezza. Ebbene si, l’euforia che la inebriava pochi attimi fa ha lasciato posto ad una profonda tristezza, mancanza di speranza, sconforto. Così come succede ad Emma, le persone che soffrono di un Disturbo dell’Umore possono esperire frequenti episodi in cui il tono del loro umore vira, cambia improvvisamente e drasticamente, facendo sprofondare la persona in una profonda sofferenza. La valutazione del funzionamento in fase premorbosa e interepisodica, insieme alla valutazione del grado di cambiamento dell’umore, posso aiutare il professionista a capire quale diagnosi è la più adeguata per il caso osservato. Molte di queste informazioni non si possono evincere da quanto descritto in questo film, ma è possibile affermare che Emma alterna episodi maniacali ad episodi di profonda tristezza e depressione, riuscendo a raggiungere un equilibrio del tono del suo umore assumendo una farmacoterapia a base di stabilizzatori dell’umore. Questo suggerisce che, tra i possibili disturbi affettivi, Emma soffre di un Disturbo di tipo Bipolare caratterizzato dall’alternarsi di stati depressivi e manicali. Come la maggior parte delle persone che ne soffrono, Emma ama come si sente quando “sta bene ed è sé stessa”, ossia quando vive la fase maniacale. Non si rende conto di risultare bizzarra ed eccessiva, si sente onnipotente e forte, quindi, perché questo suo stato dovrebbe essere patologico, perché dovrebbe considerarsi malata? Perché dovrebbe prendere dei farmaci che la farebbero stare male, che la porterebbero a soffrire e a non essere sé stessa? Non sempre le persone che soffrono di questo disturbo riescono a sviluppare la consapevolezza che quello che stanno vivendo va a discapito del loro equilibrio, della qualità della loro vita. Dai racconti di alcuni pazienti, raccolti nel libro “Storie di Disturbo Bipolare”, si evince che, tendenzialmente, vivono in modo avverso e negativo l’assunzione del farmaco, per diversi motivi. Smorza la loro “voglia di vivere” e li fa sentire normali, o meglio apatici e in uno stato comatoso. “E’ come avere le camicie di forza chimiche nella testa”. Spesso, l’assunzione dello stabilizzatore dell’umore nel riportare lo stato emotivo a livelli adeguati per un utile funzionamento della persona la induce ad attraversare una temporanea fase depressiva. I pazienti non capiscono, almeno in un primo momento, il senso di lasciare il loro benessere, anche se manicale, per cadere in una profonda tristezza. Il comportamento di Emma indispone tutti, ma consapevoli del suo problema e del bene che nutrono nei suoi confronti, decidono di non abbandonarla. Anna fa da paciere e cerca di ristabilire la quiete tra tutti i presenti, tanto che Emma, riconoscendo che negli ultimi giorni ha creato non pochi problemi e disastri, propone agli altri di fare dei turni per “sorvegliarla” ed evitare ulteriori catastrofi. A turno Carlo, Marcello e Marta accompagnano Emma nelle sue giornate, trovandosi a vivere situazioni inverosimili. Il comportamento di Emma ha seminato il caos, ma adesso lei appare ferita, si sente in colpa per tutto quello che ha fatto fino ad ora e per i problemi che ha creato, per paura di rovinare il matrimonio di Marta e, presa dalla tristezza a causa di un altro momento di viraggio dell’umore,  decide di ricominciare ad assumere la farmacoterapia e lo annuncia a tutti gli altri. Chiede al padre di aiutarla a scrivere delle lettere di dimissioni da assessore del Comune e si scusa con tutte le persone che, attraverso il comportamento che ha avuto in questi ultimi giorni, ha leso o ferito. Il matrimonio di Marta con Daniele non viene celebrato, Carlo trova il coraggio di confessare il suo amore a Marta e lei riesce a fare altrettanto. La scena si interrompe e si sposta ad “un anno dopo”, mostrando come sono cambiate le cose durante questo periodo di tempo. Marcello ed Anna, da sempre in sintonia e complici, hanno deciso di sposarsi e la scena riparte dal giorno del loro matrimonio. Marta e Carlo sono in attesa di un bambino. Roberto e Marcello aspettano Emma che è in ritardo per accompagnarli al Comune dove verrà celebrato il matrimonio. Emma sta ancora assumendo i farmaci, ma li ha dimezzati perché è incinta e il suo umore un po’ ne risente. Ma, grazie alla complicità e al sostegno di Roberto, lei riesce ad essere in equilibrio, a stare bene e a vivere al meglio la sua vita. Il trattamento dei Disturbi dell’Umore e, quindi, anche del Disturbo Bipolare, non prevede soltanto una farmacoterapia, ma anche interventi di tipo psicologico e comportamentale che aiutano il paziente a conoscere e prevedere i momenti di viraggio dell’umore per affrontarli in modo precoce e adeguato. Anche il coinvolgimento dei familiari, la loro comprensione ed il loro supporto risultano molto importanti per permettere alla persona di instaurare delle abitudini quotidiane di vita che fungano da “stabilizzatore” di un equilibrio altrimenti precario e instabile.

Bibliografia

Storie di disturbo bipolare (2007). Giovanni Fioriti Editore, Roma.

Cory F. Newman et. All. (2005). Bipolar Disorder. A cognitive therapy approach. Edizione italiana a cura di Nisi A. (2012). Il Disturbo Bipolare. Un approccio terapeutico cognitivo. Giovanni Fioriti Editore, Roma.

https://it.wikipedia.org/wiki/Emmasonoio

Kung Fu Panda

“Ti preoccupi troppo di ciò che era e di ciò che sarà!

C’è un detto: ieri è storia, domani è un mistero, oggi è un dono, per questo si chiama PRESENTE!” (dal film)

 

Un giorno come tanti, in un villaggio dell’antica Cina…

Po è un panda goffo che aiuta il padre Ping, un’oca, nella conduzione della spaghetteria di famiglia. Po nutre una grande passione per il Kung Fu e la notte sogna spesso di esserne un maestro riconosciuto ma la sua fisicità e le sue abilità non lo rendono certo un candidato perfetto al ruolo di maestro. Il padre non capisce le velleità di Po e spera che un giorno lui voglia sostituirlo nell’attività di famiglia, creando non poca frustrazione in Po che non si sente considerato e ascoltato. Già dai primi minuti del film emergono gli aspetti psicologici di Po e della sua relazione con il padre che nutre verso il protagonista molte aspettative senza considerare il reale desiderio del figlio: praticare il Kung Fu.

Un giorno viene annunciato che il Maestro Oogway (una saggia e anziana tartaruga) proclamerà il Guerriero Dragone (il più grande maestro di Kung Fu) durante una cerimonia; tutti, compreso il maestro Shifu  (un panda rosso tra i più importanti maestri di Kung Fu in Cina), pensano che questi sarà scelto fra i 5 cicloni, i più bravi praticanti di Kung Fu conosciuti: Tigre, Gru, Vipera, Mantide e Scimmia.

Col pretesto di vendere spaghetti Po si avvia verso quella che si rivelerà la giornata più importante e strabiliante della sua vita. Giunge in ritardo alla cerimonia, trovando le porte del tempio chiuse: Po, grazie a dei fuochi d’artificio, riesce a precipitare nel tempio atterrando davanti al Maestro Oogway proprio nel momento in cui sta puntando il dito verso il futuro Guerriero Dragone…

Inevitabilmente Po viene proclamato Guerriero Dragone davanti all’incredulità dei presenti e alla delusione di Tigre, che più di tutti sperava di essere nominata Guerriero Dragone e allo sconcerto di Shifu che contesta al Maestro Oogway la scelta: “ma Maestro è stato un caso che il panda sia caduto davanti a voi!!” ed Oogway “caro Shifu, il caso non esiste…” .

Per Po inizia un periodo difficile: i 5 cicloni e lo stesso Shifu non lo accettano come Guerriero Dragone a causa del suo aspetto goffo e grasso e delle sue  scarse abilità.

Il protagonista viene preso in giro per la sua fisicità per cui comincia a provare vergogna e a pensare di essere sbagliato, viene costantemente messo alla prova da Shifu e si trova in più occasioni in preda allo sconforto perché effettivamente non sa fare molto e il Kung Fu l’ha sempre praticato solo nei suoi sogni; percepisce di aver compromesso lo scopo della buona immagine. Po parla, a questo proposito, con il Maestro Oogway “mollare, non mollare… ti preoccupi troppo di ciò che eri e sarai… c’è un detto: ieri è storia, domani è un  mistero, ma oggi è un dono, per questo si chiama presente”. In questo passaggio il saggio Oogway mette l’accento sulla necessità di portare l’attenzione nel momento presente in modo intenzionale e sospendendo il giudizio. Questo riferimento al vivere nel qui ed ora è quanto viene espresso dalla Mindfulness. Po è troppo preoccupato di non essere all’altezza della situazione, di non avere sufficienti abilità e fatica a gestire le sue emozioni cercando, ad esempio, consolazione nel cibo e rimuginando sui suoi pensieri disfunzionali: riportare l’attenzione al momento presente, alle sensazioni corporee e notare i pensieri considerandoli solo per il valore che hanno è ciò che aiuterà in qualche modo Po ad aumentare le proprie abilità.

Anche Shifu dal canto suo dopo diversi tentativi fallimentari di insegnare a Po i segreti del Kung Fu è scoraggiato e si rivolge al maestro Oogway e prima che quest’ultimo si dissolva in petali di ciliegio vi è uno dei dialoghi più interessanti sul piano psicologico ed educativo tra i due: “qualunque cosa tu faccia, quel seme crescerà e diventerà un pesco, magari tu desideri un melo o un arancio, ma otterrai un pesco” (Oogway). Lo scopo di un educatore, di uno psicologo, di un genitore è quello di dare fiducia, di far uscire dall’etichetta, di aiutare a iniziare a chiedersi cosa sia veramente importante per se stessi.

Illuminato dal dialogo, Shifu intuisce il metodo giusto per insegnare a Po: vedendo come il panda sia agile nel cercare e procurarsi il cibo decide di usare la sua golosità come motivazione per l’allenamento.

Di fatto, un metodo educativo e di apprendimento può non funzionare per tutti: “quando ti concentri sul Kung Fu fai veramente schifo. Ma forse la colpa è mia, non ti posso addestrare come ho addestrato i 5. Ora capisco che il modo per tenerti avvinto sono questi ravioli al vapore” (Shifu a Po).

Al termine dell’addestramento, Po ha acquisito molte abilità tanto che il suo sogno può considerarsi finalmente realtà!

Nel frattempo, prima di morire, il saggio Oogway predice l’imminente evasione di Tai Lung, uno dei migliori praticanti di Kung Fu, allevato ed addestrato dallo stesso Shifu, imprigionato a causa della sua malvagità e potenza.

Po, forte delle sue abilità, può finalmente aprire la pergamena accessibile solo al Guerriero Dragone e contenente il segreto e ne rimane sbigottito vedendo solo il riflesso di se stesso… all’interno di essa non c’è scritto nulla.

Chi sconfiggerà Tai Lung? Shifu ordina di evacuare la valle e decide che sarà lui ad affrontare Tai Lung. Quest’ultimo giunge carico del suo odio e desideroso di combattere con il Guerriero Dragone per strappargli la pergamena. Si scontra con Shifu e lo ferisce. Nel frattempo Po, tornato dal padre per aiutarlo durante l’evacuazione della valle, capisce il vero contenuto della pergamena grazie al padre Ping che ha da sempre tenuto nascosto un ingrediente di un suo piatto che ora decide di svelare al figlio: “l’ingrediente segreto è… è… è niente!” Po: “niente? non c’è nessun ingrediente, nessuna salsa segreta?” Ping: “no, niente, per rendere speciale una cosa basta credere che sia speciale“.

Po a questo punto riprende in mano la pergamena ed aprendola vede il suo muso riflesso ed ha un’intuizione: credere e sapere intimamente di essere il Guerriero Dragone. Decide che sarà lui ad affrontare Tai Lung, perché  in realtà non esiste un ingrediente segreto.

La vera questione non è superare i nostri limiti ma accettarli.

Un film di animazione diretto da M. Osborne e J. Stevenson prodotto da DreamWorks Animation nel 2008. Doppiato, in originale, da attori del calibro di Dustin Hoffman (Shifu) Jack Black (Po), Angelina Jolie (Tigre), Lucy Liu (Vipera), Jackie Chan (Scimmia) e  nella versione italiana da Fabio Volo. Il film è stato presentato al Festival di Cannes 2008 fuori concorso ed è il primo della serie cinematografica Kung Fu Panda.

Adatto e consigliato a bambini, genitori ed educatori.

 

Sitografia:

https://it.wikiquote.org/wiki/Kung_Fu_Panda

Non voglio andare a scuola!

C’era una volta un lago, e uno scolaro un po’ somaro, un po’ mago, con un piccolo apostrofo lo trasformò in un ago.

“Oh, guarda, guarda” la gente diceva “l’ago di Garda!” “Un ago importante: è segnato perfino sull’atlante”.

“Dicono che è pescoso. Il fatto è misterioso: dove staranno i pesci, nella cruna?” “E dove si specchierà la luna?” “Sulla punta si pungerà, si farà male…” “Ho letto che si naviga un battello”. “Sarà piuttosto un ditale”.

Da tante critiche punto sul vivo il mago distratto cancellò l’errore, ma lo fece con tanta furia che, per colmo d’ingiuria, si rovesciò l’inchiostro formando un lago nero e senza apostrofo.

(L’ago di Garda, Gianni Rodari)

 

Marta ha 10 anni e, in seguito a una brutta influenza che l’ha fatta restare a casa per più di una settimana, ha ripetuto più volte ai suoi genitori che non vuole più rientrare a scuola. L’anno scorso si era presentato lo stesso problema ed aveva concluso l’anno con il limite delle assenze concesse. La mattina quando si sveglia non si stacca dal letto e rifiuta di alzarsi, piange e si aggrappa alla mamma. Quando finalmente i genitori di Marta riescono a portarla davanti alla fermata dell’autobus della scuola, rifiuta di muoversi, protesta, lamenta mal di pancia e mal di testa. La mamma è molto impaurita all’idea di forzarla a frequentare la scuola, così spesso decide di riportarla a casa. Marta attribuisce questa difficoltà all’insegnante di italiano che le chiede di scrivere molto e le propone esercizi difficili di grammatica che fatica a svolgere. Ha riferito alla mamma di sentirsi a disagio quando è con i suoi compagni, di non avere alcuna amica e di odiare la scuola.

Quando si parla di rifiuto scolare si fa riferimento ad una difficoltà a mantenere un funzionamento adeguato all’età rispetto alla frequenza scolastica o al far fronte, in modo adeguato, allo stress derivante dalle richieste scolastiche; spesso è caratterizzato da grande sofferenza emotiva. Il livello di paura è così elevato da compromettere la frequenza quotidiana alle attività scolastiche. Il rifiuto scolare non va confuso con l’assenza ingiustificata da scuola, in tal caso si tratterebbe di un comportamento messo in atto dal bimbo/ragazzo in assenza di ansia o paura eccessiva di frequentare la scuola. Se un po’ di inquietudine e preoccupazione all’idea di andare a scuola è normale nei bambini, la prolungata paura e soprattutto un prolungato evitamento dell’ambiente scolastico può avere conseguenze importanti sia sul breve che sul lungo periodo. A breve termine il fatto che il bambino non svolga in modo completo le attività previste per la sua classe può creare una storia di criticità nel rendimento scolastico; il fatto di ridurre i contatti con i compagni può non favorire uno sviluppo adeguato delle sue competenze sociali; vi è inoltre il rischio che aumenti il livello di stress e tensione tra i membri della famiglia. A lungo termine la difficoltà ad andare a scuola può portare ad uno stato di ansia significativo.

La maggior parte dei bambini che frequentano la scuola primaria non è in grado di dare una spiegazione dei loro sintomi ansiosi e di solito si descrivono come nervosi, dicono di avere mal di testa o semplicemente dicono di non voler andare a scuola. Il tragitto verso la scuola è difficoltoso, il bambino non solo rallenta per allontanare il più possibile il momento di entrare in classe, ma spesso piange e si dispera tra scuola e casa.

Spesso i bambini più piccoli hanno un marcato malumore mattutino, quelli un po’ più grandi tendono a rallentare in modo esasperante le procedure del risveglio. Lo stato di angoscia tende ad aumentare se si forza il bambino ad andare a scuola. Se la scuola deve essere raggiunta con un mezzo pubblico, spesso viene perduto e il bambino deve essere accompagnato a scuola da un adulto.

Alcuni sintomi somatici che il bambino può manifestare possono essere: mal di testa, palpitazioni, dolori addominali, nausea, vomito, diarrea; altri più emotivi e comportamentali riguardano il pianto, le fughe, l’agitazione motoria, le difficoltà nell’addormentamento con ripetuti risvegli notturni e ansia elevata.

Le difficoltà possono riguardare varie categorie: ci sono bambini che rifiutano la scuola per evitare situazioni che provocano in loro emozioni negative, altri per fuggire da situazioni sociali o valutative, altri per ottenere l’attenzione e la vicinanza dalle figure significative ed infine altri ancora fanno assenze intenzionali per ottenere rinforzi positivi tangibili fuori dalla scuola (a stare a casa si hanno tanti vantaggi: si gioca, si dorme un po’ di più, si è più liberi, non si è obbligati a fare quello che la maestra chiede, ecc.). Esempi comuni di oggetti collegati alla frequenza scolastica che il bambino può voler evitare riguardano per esempio la palestra, l’autobus, il cortile; altre situazioni sociali o valutative che di solito i bambini evitano sono quelle legate ad interazioni con insegnanti o con i coetanei oppure recite, verifiche, prestazioni atletiche, ecc. Risulta fondamentale per prima cosa individuare la funzione che il comportamento di rifiuto ha per quello specifico bambino.

I sintomi si presentano di solito in modo graduale, si possono verificare dopo un periodo di vacanza o una malattia e possono essere preceduti da un evento stressante avvenuto sia a casa sia a scuola. Alcuni fattori scatenanti possono riguardare il cambio di casa o di scuola, la malattia o la separazione da un familiare, il lutto per una persona significativa, la difficoltà nel gruppo dei pari.

Alcuni bambini non frequentano la scuola per lunghi periodi tempo, altri la frequentano ma poi la vogliono lasciare durante il giorno o saltano alcune lezioni o arrivano tardi, altri ancora vanno a scuola solo dopo aver messo in atto nel corso della mattinata intensi comportamenti quali rifiuto di muoversi, pianti, lentezza per indurre i genitori a lasciarli a casa.

Risulta importante, a seconda della specifica difficoltà del bambino, aiutarlo a ridurre i sintomi fisici sgradevoli affrontando gradualmente l’inserimento a scuola, a riconoscere pensieri disfunzionali ed esporsi alle situazioni che gli provocano ansia nonché costruire competenze sociali che possano sollecitare feedback positivi. La complessità del problema richiede anche la presa di contatto con il personale scolastico, il pediatra e con tutte le persone che ruotano attorno al bambino sia per avere informazioni aggiuntive sia in fase di trattamento.

 

Bibliografia

Christopher A. K., Anne Marie A. (2010). Quando i bambini rifiutano la scuola. Una guida alla terapia cognitivo-comportamentale. Franco Angeli

Fino all’osso (Titolo originale “To the Bone”)

Ellen è una ventenne con spiccate doti artistiche ed affetta da anoressia nervosa. Con un padre assente e una madre trasferitasi lontano per fuggire dai problemi, la matrigna Susan e la sorella Kelly sostengono e aiutano la protagonista nel suo lungo e difficoltoso percorso verso la guarigione dalla malattia che la affligge da anni. Ellen affronterà quindi un viaggio alla scoperta di sé in un centro di riabilitazione in cui vivono altri 6 pazienti, 5 ragazze ed 1 ragazzo, e gestito da un medico alternativo (Dr. William Beckham). Tra momenti strazianti e divertenti, Ellen riuscirà a cadere e rialzarsi trovando la forza per superare il suo problema.

“Ho tutto sotto controllo, non mi capiterà nulla di brutto” Ellen

“Le cose brutte possono accadere, non siamo noi a scegliere di evitarle, ma possiamo decidere come affrontarle” Dr. William Beckham

Da anni Ellen non mangia e controlla il suo peso attraverso il conteggio calorie, tanto che sua sorella la definisce un “asperger delle calorie” in quanto sa analizzare nel dettaglio il totale di calorie che ci sono nel suo piatto. La protagonista infatti non vede il cibo che ha nel piatto come qualcosa di gustoso che le possa placare il senso di fame e darle le energie di cui il suo corpo necessita per affrontare la giornata, ma come calorie che vanno ad interferire col suo obiettivo: non assumere peso. A tavola non si mangia ma si spilucca il cibo oppure, presa dalla voglia di assaporarsi una cena in compagnia, la protagonista mastica qualcosa per poi però sputarla. L’esile corpo di Ellen presenta tutti i sintomi dell’anoressia nervosa: amenorrea, la peluria che cresce per scaldare il suo corpo e i lividi sulla schiena causati dall’eccessivo numero di addominali che pratica ogni giorno. Ellen pratica anche intensa attività fisica e misura in maniera ossessiva la grandezza del suo braccio. Questi sono i metodi di controllo di Ellen, ma scopriremo che gli altri ospiti della clinica hanno metodi diversi, c’è chi mangia ma poi vomita, c’è chi assume lassativi e chi invece, come Luck, è riuscito a vedere il cibo non come un nemico da sconfiggere, ma come il mezzo che gli permetterà di rimettersi in forze e tornare a ballare e raggiungere il suo sogno, o chi invece, aspettando un bambino, si sforza di mangiare non per sé stessa ma per il bambino che sta, miracolosamente, crescendo dentro di lei perché sì, per una volta, dovrà occuparsi di qualcuno che non è lei.

Lentamente nel centro di riabilitazione grazie all’aiuto dei suoi compagni, in particolare grazie a Luck e al Dr. Beckham, Ellen inizierà a ritrovare la gioia di vivere. La protagonista intraprenderà però la faticosa strada per la guarigione solo dopo essersi liberata dal senso di colpa ed aver capito che potrà solo lei scegliere se vivere o morire.

“Qui non c’è posto per le colpe e le accuse ma solo per come vorrai vivere d’ora in avanti, per come vorrai essere” Dr. William Beckham

Il Dr. Beckham aiuta Ellen ad affrontare le sue insicurezze e a trovare la forza di credere in sé stessa dicendole “quella voce che dice che non puoi, tutte le volte che la senti, voglio che la mandi a farsi fottere” (Dr. William Beckham). Con queste parole si vuole andare a controbattere la voce critica, presente in ogni persona, che si è insidiata ed è cresciuta in Ellen con il compito di proteggerla dalla sofferenza. Durante le sedute di psicoterapia paziente e terapeuta lavorano costantemente per depotenziare queste parole così da trovare la forza di affrontare le proprie paure. Allo stesso modo Ellen dovrà gestire quella parte di sé che le dice “non puoi” ed attivarsi per guarire e prendersi cura di sé. Solo in questo modo la protagonista potrà liberarsi dalla visione negativa del proprio valore e non sentirsi più “un fallimento” e “non amabile”.

 

Regista: Marti Noxon

Dramma, 2017

1h 47m

Protagonisti:

Ellen: Lily Collins

Dr. William Beckham: Keanu Reeves

Luck: Alex Sharp

“Il BUCO”: il dolore della perdita raccontata ai bambini

“Dà voce alla sofferenza il dolore che non parla
imprigiona il cuore e lo fa schiantare”

(W. Shakespare)

Quando amiamo una persona e la relazione si interrompe perché questa persona ci lascia, muore o in qualche modo si allontana, tutti noi proviamo dolore. Questo dolore è il lutto e si tratta di una reazione emotiva normale rispetto ad ogni perdita importante, che sia una persona o qualcosa cui teniamo come ad esempio il lavoro, poi, una volta che questo dolore viene accettato, un poco alla volta passa (Harris, 2016). Purtroppo non succede sempre così, le cose a volte si complicano proprio come succede a Giulia, la protagonista de “Il Buco”, libro scritto e illustrato da Anna LLeneans.

Giulia si trova ad affrontare una perdita ed è stordita dalla presenza di questo buco, che rappresenta il dolore, che fa entrare il freddo e fa uscire mostri che ingoiano ogni cosa. Giulia mette in atto molte strategie allo scopo di riempirlo, cancellarlo, chiuderlo e tapparlo con l’affetto di un gatto, le leccornie, le infatuazioni televisive e qualche adulto da cui è meglio stare alla larga.
Come spesso accade tutte queste strategie si rivelano inefficaci: alleviano il dolore per un pò ma non le permettono di risolverlo, con il rischio, per Giulia, di sentirsi sciocca o debole perché i pensieri e le emozioni da cui sta cercando di liberarsi continuano a tornare e perché molte delle strategie che utilizza nel breve termine sembrano funzionare ma in realtà possono peggiorare la qualità della vita nel lungo termine, come, ad esempio, quando si abbuffa di cibo.
C’è un momento in cui Giulia rinuncia, smette di cercare una soluzione e lascia vivere la sua tristezza fino a che una voce le suggerisce di guardare in se stessa, dentro quel buco. Giulia si accorge di avere in sé un mondo pieno di sorprese, di emozioni, pensieri e con questa nuova consapevolezza si avvicina agli altri in modo diverso e via via il buco diventa sempre più piccolo.
Si tratta di una storia semplice, diretta, con illustrazioni efficaci ed accattivanti e ha il grosso merito di consentire ai bambini di capire che cos’è quella “cosina” che sentono dentro a cui non riescono dare un nome. La storia dà loro la possibilità di esprimersi perché, come spesso accade, quando nella loro vita compare un evento così spiacevole da segnarli profondamente, rischiano di subire il dolore senza poterlo guardare per quel che è e fargli spazio. Il buco permette ai bambini di specchiarsi in Giulia, di capire i costi di quello che in terapia cognitiva viene definito evitamento e l’efficacia di lasciar vivere le emozioni per quanto spiacevoli siano.

Non è un semplice libro per bambini è ANCHE un libro per bambini.

Bibliografia:

Russ H. La trappola della felicità. Come smettere di tormentarsi e iniziare a vivere. Erickson, 2014
LLenas A. Il buco. Gribaudo Edizioni, 2016