Categoria: Racconti di terapia

Racconti di terapia: il disturbo borderline di personalità di Matilda.

“Senza sapere che cosa io sono e perché sono qui, la vita è impossibile.

-Anna Karenina, Tolstoj-

Matilda, una ragazza di 29 anni, si rivolge al nostro studio in seguito alla rottura della relazione con il suo compagno. In prima seduta ci racconta “anche con Mario è finita…è sempre lo stesso problema, prima mi innamoro perdutamente, la relazione è fantastica, va a gonfie vele…e poi finisce tutto…non riesco a credere di essermi innamorata di quel cretino!”.

Matilda ci parla della sua difficoltà a mantenere nel tempo relazioni strette con partner e amici e della difficoltà a mantenere un lavoro a causa di scoppi di rabbia che non riesce a controllare e momenti di grande sofferenza “quando mi arrabbio non riesco proprio a controllarmi, è più forte di me…un secondo dopo mi sembra che tutto non abbia senso, non so chi sono, cosa voglio, è come se finissi in un buco nero da cui non riesco a uscire…a volte è come se fossi senza pelle, come se sentissi le emozioni a mille…sto malissimo quando succede”.

Nel racconto di Matilda emerge come la ragazza manifesti difficoltà che riguardano, in particolari modo, il mantenimento delle relazioni nel tempo. Nelle sue relazioni intime, Matilda tende ad alternare sentimenti di estrema idealizzazione dell’altro a sentimenti di svalutazione, rendendo difficili le relazioni con partner o amiche intime, che diventano spesso caotiche e instabili.

Un’altra difficoltà che emerge dalle parole della ragazza, e che inficia sulle sue relazioni, riguarda la regolazione delle emozioni: è come se Matilda fosse in balia di una “tempesta emotiva” con problemi nel regolare le emozioni (disregolazione emotiva) e farle rientrare dentro un range di tolleranza. Il suo umore cambia repentinamente, passa velocemente da un’emozione all’altra; Matilda presenta reazioni emotive più marcate e durature rispetto a quelle di altre persone e sentimenti cronici di vuoto (assenza di scopi).

I tentativi che Matilda mette in atto per controllare questa “tempesta emotiva” sono spesso azioni impulsive e comportamenti dannosi per se stessa “mi capita in quei momenti di mangiare come se fossi senza fondo, apro il frigo e non smetto di mangiare fino a quando non sto male” e, piangendo, “mi sono anche tagliata l’altro giorno…”. L’impulsività che ci descrive può manifestarsi in vari modi nelle persone: esplosioni di rabbia e litigi, azioni autolesive, abuso di sostanze, abbuffate, gioco d’azzardo, promiscuità sessuale, spese sconsiderate, atti comunque potenzialmente dannosi per se stessi.

Il disturbo emotivo che sta limitando la vita di Matilda si chiama Disturbo Borderline di personalità. Attraverso un trattamento basato sulla DBT (Terapia Dialettico Comportamentale) e affiancato ad altri interventi come la Sensory Motor, la Terapia Metacognitiva Interpersonale, ecc., Matilda potrà lavorare su se stessa con lo scopo di riuscire a padroneggiare meglio la sua sofferenza e rendere le sue relazioni più stabili. In particolare il trattamento di Matilda avrà come obiettivi la riduzione dei comportamenti disadattivi, l’aumento di abilità per tollerare meglio la sofferenza trovando strategie alternative per gestirla, una migliore abilità di consapevolezza di sé (mindfulness) e migliori competenze di regolazione emotiva e di efficacia interpersonale.

Racconti di terapia: il disturbo di panico di Davide.

“La paura del pericolo è diecimila volte più agghiacciante del pericolo stesso: il peso dell’ansia ci pare più greve del male temuto”.

Daniel Defoe

Davide al nostro primo incontro mi racconta del suo malessere che si sta protraendo da diverso tempo, i cui sintomi pensa possano rappresentare degli attacchi di panico. E’ molto preoccupato per il proprio equilibrio psichico dal momento che tali episodi si sono presentati nel tempo più volte e in situazioni impreviste, d’un tratto…: “è terribile, mi capitano così, all’improvviso… sento la testa leggera, un senso di sbandamento… in quel momento ho paura di non aver più il controllo di me stesso…”. Tali sensazioni di estraneamento sono da lui percepite così invalidanti che progressivamente ha iniziato ad evitare spazi e contesti in cui teme possa avere degli attacchi. A causa di tale difficoltà, ha dovuto rinunciare a molte soddisfazioni lavorative, limitando la possibilità di una crescita professionale che si stava per lui definendo. Ricostruendo insieme, emerge che se non può evitare tali situazioni, vive un’ansia anticipatoria che non sa gestire.

“Penso che il mio primo attacco di panico sia avvenuto tre anni fa… ero  al lavoro, ad un incontro di presentazione di un nuovo progetto; stavo ascoltando gli interventi degli altri colleghi… ricordo che la stanza era piccola, affollata, la sala riunioni solita era occupata; improvvisamente ho cominciato a sentire delle sensazioni che ancora adesso non saprei descrivere bene, ho cominciato ad avvertire un grande disagio, mi mancava il respiro, la testa in confusione, sudorazione, ricordo che il cuore ha iniziato a battere forte… ho pensato che non sarei potuto scappare, i colleghi si sarebbero accorti che c’è qualcosa che non andava…. le mie gambe hanno iniziato a tremare e le mani a sudare… ad un certo punto mi sono alzato e sono corso fuori… è stato terribile”.

Davide riferisce che dopo qualche tempo gli sono accaduti altri episodi in altri contesti: “un giorno  mentre ero in fila alla cassa del supermercato ho cominciato ad avere tachicardia e senso di soffocamento, sono entrato in totale confusione…”. Da allora ha cominciato ad evitare negozi, uffici, inventando scuse per non andarci e delegando altre persone avendo paura di rivivere quella terribile sensazione di totale estraneamento e mancanza di controllo di se stesso: “non riesco a controllare le mie emozioni e questa continua lotta con me stesso, con le mie emozioni, mi porta una grande stanchezza, spossatezza”.

Un attacco di panico può manifestarsi a partire da uno stato di agitazione o da una situazione di tranquillità, rendendo l’imprevedibilità una caratteristica molto temuta da chi soffre di questo disturbo.

L’intensa ansia è correlata ad alcuni sintomi fisici che possono essere palpitazioni, percezione di un aumento del battito cardiaco e tachicardia, sudorazione eccessiva, tremori di lieve o forte intensità, mancanza d’aria o sensazione di soffocare, dolore o fastidio al petto, nausea o disturbi addominali, sensazione di vertigine, instabilità, percezione di svenimento (di “avere la testa leggera”), confusione mentale, brividi o vampate di calore, sensazioni di formicolio o intorpidimento, sensazione di irrealtà (pensare che ciò che si vede o sente non sia reale) e di essere staccati da sé stessi.

I pensieri ricorrenti che di solito accompagnano l’attacco di panico sono rappresentati dalla paura di perdere il controllo o di impazzire o dalla paura di essere sul punto di morire (APA, 2000).

Affinché il disturbo di panico venga riconosciuto tale, è necessario che l’attacco di panico sia accompagnato, per almeno un mese, da una costante preoccupazione della persona di avere un altro attacco e da significative modifiche del comportamento. La persona che soffre di attacchi di panico può arrivare infatti a limitare la vita quotidiana, evitando situazioni o luoghi percepiti come pericolosi e mettendo in atto strategie, spesso poco utili e controproducenti, per proteggersi da un eventuale attacco.

La terapia cognitivo-comportamentale aiuta la persona a analizzare i suoi processi cognitivi e a modificarli, offrendole strumenti per affrontare diversamente la sintomatologia ansiosa. In particolare, opera analizzando i processi che si verificano durante l’esperienza del paziente: viene riconosciuto che la persona percepisce alcuni stimoli (spazi affollati, luoghi chiusi, mezzi pubblici, ecc.) o sensazioni interne (tachicardia, svenimento, ecc.) come pericolose e reagisce ad essi aumentando la sua ansia. Quando la persona si trova in tale stato ansiogeno, i sintomi sono amplificati e avvertiti ancora più pericolosi (interpretazione catastrofica delle sensazioni), fino a generare un attacco di panico, mantenendo il circolo vizioso (Clark, 1986) nel quale si è trovato sino a questo momento.

Bibliografia

Andrews, G., Creamer, M., Crino, R., Hunt, C., Lampe, L., & Page, A. (2003). The treatment of anxiety disorders. Clinician guides and patient manuals (2nd edition). Cambridge, UK:Cambridge University Press. Trad. it. Trattamento dei disturbi d’ansia. Guide per il clinico e manuali per chi soffre del disturbo. Torino: Centro Scientifico Editore, 2003.

APA (2000). Diagnostical and Statistical Manual of Mental Disorders (4th TR ed). Author, Washington, DC.

Clark, D. M. (1986). A cognitive approach to panic. Behaviour Research and Therapy 24, 461-470.

Racconti di terapia: il disturbo ossessivo-compulsivo di Maddalena.

L’uomo non potrà scoprire nuovi oceani a meno che non abbia il coraggio di perdere di vista la spiaggia.
-André Gide-

Maddalena, 29 anni, mi chiama per fissare un appuntamento. Al telefono mi riferisce che sta già assumendo una terapia farmacologica per il suo disturbo ossessivo-compulsivo, ma lo psichiatra le ha consigliato di intraprendere anche una terapia cognitiva-comportamentale.

Al primo incontro Maddalena mi racconta che negli ultimi anni la sua vita è diventata ingestibile. In lacrime spiega che “ormai passo le mie giornate assalita da dubbi inutili e perdo un sacco di tempo a controllare tutto. Controllo se ho chiuso bene la porta di casa almeno tre volte, controllo se posso aver sbagliato qualcosa nelle pratiche al lavoro…lavoro in un’agenzia di assicurazioni, non posso pensare che i clienti ci potrebbero rimettere se sbagliassi qualcosa. Quando prendo la macchina poi è un disastro…ormai tutti i viaggi devo controllare se per caso ho investito qualcuno. E poi anche se sono a casa continuo a pensarci…insomma ripenso alla strada che ho fatto per capire se in quel punto posso non essermi accorta di aver fatto del male a qualcuno.”
Questi comportamenti le stanno facendo perdere un sacco di energie e tempo, la fanno sentire stupida, cretina…ma purtroppo non riesce a lasciar andare il dubbio “è come se ci fosse qualcuno ad obbligarmi a controllare”.

L’aspetto che però la preoccupa maggiormente in seduta è che questo suo modo di comportarsi stia mettendo in crisi sia la relazione con il suo fidanzato Stefano, sia la pazienza dei propri genitori.
Maddalena infatti racconta che, per riuscire a tranquillizzarsi, molto spesso chiede al suo fidanzato o ai genitori rassicurazioni sui dubbi che le vengono alla mente. A volte, quando l’ansia è troppo forte, chiede loro di accompagnarla a controllare o di controllare al suo posto. Nell’ultimo periodo la situazione è diventata talmente esasperata che il fidanzato ha iniziato a minacciare di lasciarla. Maddalena mi confida di non sentirsi capita da nessuno. Il suo comportamento, le sue paure vengono considerate dagli altri come bizzarre, “come se fossi totalmente pazza a pensare o a fare quello che faccio…di fatto sono io strana, quando penso di essere un peso per i miei genitori e Stefano mi impongo di non pensare più a queste cavolate…devo smetterla assolutamente!”.
Negli ultimi mesi, per evitare situazioni che potessero farle correre il rischio di provare quella forte ansia di fronte ai dubbi, ha iniziato ad evitare molte attività che prima la gratificavano. Ha smesso di andare al corso in palestra, così evita di dover fare dei chilometri in più in auto, ha rifiutato un incarico lavorativo che l’avrebbe portata a finire dopo gli altri e quindi dover chiudere da sola l’ufficio e molto altro. Il problema è che i dubbi e i controlli non sono diminuiti, anzi “se all’inizio evitare una situazione o farmi rassicurare mi aiutava perché diminuiva l’ansia, ora ho sempre bisogno di più controlli…mi sembra che questa cosa non abbia mai fine”.

Ma cosa accade a Maddalena?

A tutti noi è capitato di avere il dubbio di aver sbagliato qualcosa al lavoro, non aver chiuso la porta di casa o il gas, ecc., pensieri che ci hanno in qualche modo turbato e magari ci hanno portato a fare un controllo in più. I pensieri di Maddalena infatti sono pensieri normalissimi che tutti noi abbiamo; la differenza sta nel fatto che Maddalena è come se sentisse il dovere di prendere il dubbio molto seriamente, senza riuscire a lasciarlo andare.

Infatti un evento (ad es. il dubbio di aver investito qualcuno) viene valutato da Maddalena in termini di minaccia di colpa (1° valutazione). Per cercare di fronteggiare questo timore di colpa Maddalena mette in atto tutta una serie di comportamenti, le compulsioni (tentavi di soluzione 1). Questi tentativi di soluzione perdono in poco tempo la loro efficacia e diventano loro stessi dei trigger, elicitando preoccupazioni sulle possibili conseguenze che tali comportamenti e pensieri possono avere per sé e per i familiari (2° valutazione). Di conseguenza Maddalena mette in atto dei tentativi di soppressione delle ossessioni o di auto-convincimento della infondatezza dei suoi dubbi (tentativi di soluzione 2) (Mancini, 2016).
Maddalena non riesce ad accettare una possibile minaccia di colpa.

Come per altri disturbi la psicoterapia cognitivo comportamentale insieme alla farmacoterapia è considerata uno dei trattamenti di fondata efficacia per il disturbo ossessivo-compulsivo (Koran e Simpson, 2013). Maddalena decide di continuare la terapia: con il tempo capisce che cosa le accade in quei momenti in cui prima si percepiva bizzarra e strana, inizia a dare un senso a quello che le accade. Grazie al lavoro centrato sull’accettazione delle minacce, Maddalena riesce a ridurre le ossessioni e le compulsioni, sentendosi con il tempo sempre meglio.

Bibliografia:

Koran L.M. e Simpson H.B. (2013). Guideline watch (March 2013): Practice guideline for the treatment of patients with Obsessive-Compulsive Disorder.

Mancini, F. (2016).  La mente ossessiva. Curare il disturbo ossessivo-compulsivo. Cortina Raffaello Editore.

Racconti di terapia: l’ansia sociale di Sofia.

“Non vorrei mai offendere nessuno ma sono così stupidamente timido che spesso sembro freddo e indifferente, quando invece sono solo trattenuto dalla mia naturale goffaggine”.
Jane Austen, Ragione e sentimento.

Il primo incontro con Sofia avviene ad Agosto. Il caldo è torrido, l’afa può tagliarsi con un coltello. Sofia entra molto accaldata, le sorrido. Lei immediatamente abbassa lo sguardo.
Le chiedo che cosa l’abbia portata a rivolgersi ad uno psicoterapeuta e lei, timidamente, mi racconta il suo problema.
Non riesco a parlare con la gente, mi sento sempre agitata, le parole non mi escono dalla bocca. Sento come un macigno sullo stomaco che mi blocca. Anche ora, anche adesso. Ho tanti pensieri, vorrei dirle tante cose, ma non ci riesco, non ne sono capace”.
A poco a poco, invece, guidata da alcune mie domande, mi spiega accuratamente il problema.
Capisco che Sofia in realtà avrebbe molte cose da dire alle persone, ma è bloccata dalla paura. Teme che quello che vorrebbe dire sia giudicato dagli altri come una cosa stupida, che la battuta che vorrebbe fare non sia divertente, che l’opinione che vorrebbe esprimere non sia all’altezza. Sofia ha molta paura di essere giudicata male da tutti.
Contemporaneamente, si sente goffa e prova spesso vergogna e imbarazzo quando si muove tra la gente, anche se ormai, purtroppo questo avviene raramente. Mi racconta infatti che con il tempo ha cominciato ad evitare molte diverse situazioni sociali: una pizza con gli amici o una festa, una gita in campagna o un aperitivo. All’inizio ci provava con tutta se stessa; nelle ore precedenti l’evento sociale sentiva un’intensa ansia accompagnata da pensieri e immagini mentali che le rappresentavano tutto quello che sarebbe potuto accadere (di spiacevole, di vergognoso). Questa ansia anticipatoria aumentava sempre più; la stessa ansia ora non le permette di vivere una vita relazionale come lei vorrebbe.
Le chiedo di raccontarmi degli episodi specifici.
Mi riferisce che una volta si è recata in università ma la lezione era già cominciata. Ha aperto la porta dell’aula, ha visto la sala zeppa di persone e si è bloccata. Il cuore ha cominciato a battere forte, ha iniziato a sentire le gambe tremare, il sudore sulla fronte. In quel momento, ha avuto la certezza che tutti la stessero guardando e pensando quanto fosse ridicola a manifestare quei sintomi. L’impulso è stato scappare. Da quel giorno si reca a lezione sempre rigorosamente in anticipo, e se questo non è possibile, evita la lezione. In realtà, Sofia salta anche alcuni laboratori in cui sa che dovrebbe parlare ed esprimere una propria opinione di fronte agli altri, e, sempre più spesso, non riesce a sostenere gli esami orali. Sofia mi riferisce ancora che ha smesso di andare in mensa, per la paura che gli altri vedano il suo imbarazzo, la sua goffaggine. Cerca di non mangiare di fronte a persone che non conosce bene, per evitare che esse si accorgano della sua ansia,  ad esempio, di come a volte la mano le trema nel portare la forchetta alla bocca.
Quando si trova in una conversazione con qualcuno e per qualche minuto c’è una pausa, un silenzio tra loro, lei comincia a pensare:“di qualcosa, trova qualcosa di brillante da dire…”; se questo non avviene, insorge in lei l’idea che l’altra persona la stia giudicando vuota, inutile, oppure che lei stia facendo una terribile figuraccia.
Nei momenti sociali, le capita di avere la sensazione di osservarsi da fuori, di sentirsi parlare; in quei momenti puntualmente nasce in lei la convinzione che il suo interlocutore la ritenga poco simpatica, molto noiosa, poco divertente. I sintomi dell’ansia in quegli istanti aumentano: sempre più tachicardia, sempre più rossore, sempre più sudore…sintomi secondo Sofia sempre più visibili agli occhi degli altri. Questo le fa provare intensa vergogna, vorrebbe farsi piccolissima e scappare… le parole iniziano a diminuire sempre più fino al completo mutismo.
Quando è da sola, in stanza, Sofia piange molto. Si sente sbagliata, diversa da tutte le ragazze della sua età. Le vede spigliate e tranquille alle feste, ironiche e bellissime. E poi si osserva, e si vede in difficoltà nell’instuaurare una semplice conversazione con chiunque. Per questa ragione ha deciso di farsi aiutare. Vorrebbe capire che cosa non va in lei, vorrebbe capire come fare a stare meno male.
Il disturbo emotivo che sta limitando la vita a Sofia si chiama ansia sociale. Durante i nostri colloqui le spiego che ci sono diversi timori che le persone possono provare. Chi ad esempio soffre di una fobia specifica, teme ed evita con tutte le sue forze la fonte di questa paura, potrebbe ad esempio essere un animale (come un ragno, o un’ape).  Nella’ansia sociale, invece, l’individuo teme ed evita relazioni interpersonali, teme fortemente un possibile giudizio negativo da parte degli altri, teme di fare una brutta figura.
Come per altri disturbi d’ansia la psicoterapia, in particolare quella cognitivo comportamentale, è considerata essere uno dei trattamenti di comprovata efficacia. Sofia decide di proseguire il percorso psicoterapeutico, e a poco a poco, comincia a sentirsi meno strana, meno diversa. Ha un problema che ha un nome e un cognome, e, per fortuna, una possibilità per risolverlo.

BIBLIOGRAFIA:

Andrews, G., Crino, R., Hunt, C., Lampe, L., & Page, A. (2003). The treatment of anxiety disorders. clinician’s guide and patient manuals (2nd edition). Cambridge, UK:Cambridge University Press. Trad. it. Trattamento dei disturbi d’ansia. Guide per il clinico e manuali per chi soffre del disturbo. Torino: Centro Scientifico Editore, 2003.

Racconti di terapia: il disturbo d’ansia generalizzato di Francesca.

Linda: Hai niente per un attacco d’ansia? Ho bisogno di un tranquillante…
Sam: Ce li ho tutti, io sono una farmacia… che cos’è che non va?
Linda: Ho una specie di crampo alla bocca dello stomaco.
Sam: Sì? E come fai a sapere che è ansia? Chi ti dice che non è paura?
Linda: Lo stomaco mi va su e giù…
Sam: Senti che ti manca il respiro?
Linda: Sì, anche… ho il terrore di qualcosa, e non so di che cosa.
Sam: Ah, ho capito.
Linda: Mi succede per mille cose. Ho notato che mi succede sempre quando Dick parte per un viaggio d’affari.
Sam: È partito?
Linda: Sì. È andato a Cleveland in aereo per un giorno. L’ho aiutato a prepararsi, l’ho accompagnato all’aeroporto, e ho vomitato al terminal della United Airlines.
Sam: Sì, è un bel terminal. Ci ho vomitato anch’io.
Linda: Non riesco proprio a capire cos’è che mi sconvolge in questo modo.
Sam: È la paura della separazione, è un fenomeno interessante. Una volta andai a Washington quand’ero sposato, ero io che partivo eppure stetti male. Al mio ritorno mia moglie vomitò.

– Provaci ancora, Sam, film statunitense di Herbert Ross del 1972, tratto dall’omonima opera teatrale di Woody Allen –

 

Francesca si presenta così. “Il problema è che mi preoccupo troppo, di tutto. Non ho motivo per non preoccuparmi di qualcosa. Il lavoro, la famiglia, la salute, il mio cane. Tutto mi rende ansiosa. Forse dovrei dire che mi preoccupo di tutto ciò che costituisce la mia vita. Mi rendo conto che non riesco a smettere di preoccuparmi. Non riesco a dire o decidere di non preoccuparmi per un certo periodo di tempo, o in un determinato momento. Tipo quando esco con le amiche, o per dormire. Io mi preoccupo costantemente per qualsiasi cosa. Questa cosa mi sta rovinando la vita, non mi rilasso, mi sembra di impazzire, di non avere più il controllo! Io non vivo, se non delle mie preoccupazioni. Impegnano tutto il mio tempo e le mie energie.”

Francesca ci fa capire come l’ansia generalizzata rappresenti uno stato caratterizzato da eccessiva ansia e preoccupazioni, intrusive e pervasive, che compromettono l’intera vita della persona che ne soffre. Esprime la percezione di una totale mancanza di controllo sulle sue preoccupazioni, altro elemento caratteristico dell’ansia generalizzata.

“E’ da anni che va avanti questa cosa. Da anni vivo queste mille preoccupazioni e paure. Mi preoccupo talmente tanto da sfiancarmi, mi sento stanca e senza energie. Forse in alcuni momenti sono depressa e spossata. Spesso sono agitata, tesa, talmente tesa che i muscoli mi fanno male, irritabile, non riesco a concentrarmi, nemmeno su quello che mi sta dicendo il mio capo, se in quel momento sono iniziate le mie preoccupazioni. Ormai le chiamo così, per nome, le “mie preoccupazioni”. Poi, quando sono fortunata, inizia il mal di stomaco, iniziano dei crampi atroci. Il mio fidanzato dice che la mancanza di riposo, anzi, la mia incapacità di riposarmi e la mia insonnia peggiorano tutto quello che sento. Questi problemi sono iniziati gradualmente, e sono diventati ingestibili”.
Francesca descrive i sintomi tipici dell’ansia generalizzata: facile irritabilità, irrequietezza, sentirsi tesi o con i nervi a fior di pelle, facile faticabilità, mancanza di riposo, difficoltà di concentrazione o vuoti di memoria, tensione muscolare, disturbi gastro-intestinali, insonnia o sonno agitato.

Spesso Francesca descrive il suo rimuginio, processo che si può descrivere come delle catene di pensieri negativi che incrementano e mantengono lo stato d’ansia che lo ha innescato inizialmente, creando un circolo vizioso. Il semplice rimuginio non è un tratto specifico dell’ansia generalizzata. Tutti nella nostra vita possiamo sperimentale. Ciò che principalmente differenzia l’espressione patologica del rimuginio sono la scarca capacità di controllo percepita su di esso e il non riuscire, nonostante svariati tentativi, a ridurlo.

“ Mi sento impotente di fronte alle mie preoccupazioni, è come se in loro presenza io cessassi di esistere, bloccassi la mia vita, tutto quello che sto facendo in quel momento, per dare spazio a loro. Ho provato ad accendere la radio, a leggere qualcosa, a chiamare un’amica. Inizialmente funzionava. Per qualche istante riuscivo a spostare l’attenzione dalle mie preoccupazioni. Dopo poco si insinua poi un senso di costrizione, come se quello che ho iniziato a fare per non ascoltare le mie preoccupazioni rappresentasse non più una distrazione, ma bensì un elemento di disturbo. Quindi comincio ad odiare quello che sto facendo, a non sopportarlo, ad accorgermi che tanto non è ciò che mi interessa. A chi la voglio dare a bere?…Io non riesco a non preoccuparmi. Non posso non preoccuparmi. E torno a preoccuparmi, più in ansia e sconfitta, incapace, impotente di prima.”

“A volte credo che preoccupandomi in questo modo arriverò ad impazzire. Diventerò folle. Come posso pensare di vivere in questo modo, di passare la mia vita a preoccuparmi in questo modo?… un bel giorno impazzirò, nel bel mezzo di una preoccupazione delle mie, totalmente impossibile da rassicurare e modificare. Forse in quel momento smetterò di preoccuparmi, o forse diventerò una pazza molto preoccupata. Quando penso a queste cose mi sento totalmente in balia dei miei pensieri, sento che i miei tentativi di bloccarli sono vani. E l’ansia, così come le preoccupazioni , aumentano.” In questo caso Francesca opera una valutazione “negativa” delle sue costanti preoccupazioni. Le giudica come pericolose in quanto potrebbero condurla alla follia e all’impazzimento. Contemporaneamente sperimenta il fallimento dei suoi tentativi di distrarsi e di sopprimere il rimuginio, o di evitare determinate situazioni per il timore di non ottenere risultati soddisfacenti, o di chiedere continue rassicurazioni ad altre persone rafforzando la sua convinzione di non riuscire a controllare le sue preoccupazioni, di essere impotente e di rischiare di impazzire in balia di questi pensieri, aumentando considerevolmente il suo stato ansioso.

Secondo il modello cognitivo-comportamentale le costanti preoccupazioni della persona con distirbo d’ansia generalizzato, e quindi il rimuginio, possono diventare oggetto di valutazioni anche positive, in quanto la persone vive queste valutazioni come l’unico modo possibile per “mantenere sotto controllo” i propri problemi, per sentirsi preparata ad affrontare o per prevenire le tragiche aspettative che si figura. Questa convinzione risulta erronea in quanto, paradossalmente, mantenendo alti livelli di ansia e continuando a preoccuparsi, si accentua, secondo un circolo vizioso, la sintomatologia sopra descritta acutizzando e mantenendo il disturbo d’ansia stesso. Il risultato è che la mente è occupata maggiormente nel rimuginio. Questi processi, quando ricorrenti e sistematici, conducono alla sofferenza psico-fisica.

Racconti di terapia: l’ipocondria di Anita.

La rubrica

Nella pièce teatrale “Il malato immaginario” di Moliere, Argante
(il malato) vorrebbe costringere la figlia Angelica a sposare
Tommaso Diafoirus, figlio del signor Diafoirus, noto medico,
così che il genero acquisito diventi il medico di fiducia del padre.

“…Venti e quaranta soldi. Tre e due cinque, e cinque fanno
dieci, e dieci fanno venti. Sessantatré lire, quattro soldi, sei
denari. Dunque, è andata che in questo mese ho preso uno, due,
tre, quattro, cinque, sei, sette, otto medicine; e uno, due, tre,
quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici e dodici
lavativi; mentre il mese scorso sono arrivato a dodici medicine
e venti lavativi.
Non c’è da meravigliarsi se in questo mese sto
meno bene del mese scorso”

Il nostro Argante si chiama Anita.

La prima volta che vedo Anita, lei comincia a raccontare dei suoi dolori alle gambe e del fatto che il suo medico curante le abbia prescritto una serie di accertamenti clinici.  Gli esami sono tutti negativi ma Anita, da quel momento in poi, entra nel circolo vizioso della preoccupazione e del dubbio eccessivo nonostante le continue rassicurazioni del proprio medico ma anche di una serie di specialisti, consultati in maniera sistematica tutti i mesi. “Senta, io lo so che i medici mi hanno detto che non c’è niente di preoccupante, però la maggior parte delle malattie, per esempio il cancro, alla fine ha sintomi che all’inizio sono sottovalutati e poi ora magari il cancro non c’è ma poi esce fuori improvvisamente, è sempre così”. I dolori alle gambe di Anita sembrano tornare ciclicamente, lei continua ad assumere antidolorifici e a fare controlli medici.  Frequentemente si mette davanti allo specchio per vedere se in qualche modo le sue gambe si stanno deformando per il cancro o magari per un’altra grave malattia, se sono diverse dal giorno precedente. Le tocca e si da dei pizzicotti per testare la loro sensibilità, per vedere se la malattia è arrivata già al punto di non ritorno, prima o poi, ne è sicura, non sentirà più i suoi pizzicotti. La preoccupazione di Anita cresce, fa di tutto per non pensarci ma poi viene presa dai sensi di colpa: ”Se io sento male, vuol dire che c’è sicuramente qualcosa che non va  nel mio corpo, non posso essere così incosciente da sottovalutarlo!”.

Anita passa così intere nottate su internet a leggere e informarsi sulle cause del suo dolore. “Io lo sapevo! E’ qualcosa di grave, i medici non hanno controllato bene, gli sarà sfuggito qualcosa!!!”. L’ansia di Anita cresce a dismisura e nella sua mente la certezza di essere gravemente malata diventa ormai l’unico pensiero. Il giorno dopo decide di prenotare una visita da un altro specialista che, dopo l’ennesimo esame, la rassicura, le dice che non c’è nulla di cui preoccuparsi, che, forse, potrebbe trattarsi solo di una carenza vitaminica e le prescrive degli integratori. Anita esce dallo studio del medico con in mente un solo pensiero assillante “E’ solo una carenza vitaminica…allora forse è qualcosa di grave legato al mio metabolismo…” comincia a piangere disperata, nella sua mente si susseguono immagini veloci e sempre più dettagliate di lei, malata, costretta a letto e alimentata solo da una flebo, non potrà avere una vita normale, innamorarsi, avere figli…

Anita cerca con tutte le sue forze di non pensarci, odia la sua ansia, la sua continua angoscia che non la lascia vivere, vorrebbe cancellare le sue preoccupazioni ma sente anche di trovarsi in un vicolo cieco, la preoccupazione e l’ansia sono le sue alleata contro il suo male immaginario, se non si preoccuperà abbastanza, si ammalerà perché potrebbe decidere di non fare altri accertamenti, magari quelli necessari per prendere in tempo la sua malattia.

“Se mi sento così preoccupata, qualcosa sicuramente ci sarà, Dottoressa!”, mi dice, durante un nostro incontro. “Io non voglio più preoccuparmi, non la voglio quest’ansia, vorrei essere una di quelle persone forti, sa quelle che fanno sport e sono sempre sorridenti, perché devo sempre pensare di avere un brutto male? qual’è il mio problema? tutti mi hanno allontanata per questa cosa, anche mia mamma non ce la fa più a sopportarmi, lo so! Odio sentirmi così debole e lo sarò se mi trovano un tumore, ancora di più!”

“Vede, il dolore da ieri è aumentato, stamattina ero completamente in ansia e poi stavo per disdire il nostro appuntamento perché non riuscivo nemmeno a muovermi, anche solo qualche passo mi stancava! Se questa non è la prova che qualcosa di grave nelle mie gambe sta succedendo, io non so più a cosa credere! Lo specialista di Torino mi ha detto che forse è carenza vitaminica, quindi magari non ho un tumore ma è evidente che il mio dolore di gambe è il sintomo che qualcosa non va, penso sia una di quelle malattie metaboliche oppure degenerative, almeno così ho letto su internet”.

“Gliel’ho detto, Dottoressa, di mia zia no?! Lei ha avuto un tumore al seno, io l’ho vista, come si è ridotta, povera zia, la chemioterapia, poi, già me lo immagino come sarà”.

“L’altra notte ero sveglia, e immaginavo il medico che mi diceva che avevo un tumore e che non c’era più niente da fare, poi mi sono vista nella sala dove fanno la chemioterapia, io la conosco bene, perché accompagnavo mia zia, tutte quelle donne e uomini così fragili, pensavo che anch’io sarei diventata così, il mio ultimo respiro…ho immaginato tutto, sono stata sveglia fino al mattino dopo, in preda all’ansia”.

La mattina seguente, Anita comincia a notare un nuovo sintomo, le mani tremano, si spaventa e chiama la sua psicoterapeuta in preda al panico “I sintomi stanno peggiorando…” e così la sua ansia cresce minuto dopo minuto, e più cresce più aumenta il tremolio delle sue mani e si convince sempre di più della sua ipotesi iniziale. Ritorna dal medico e si fa prescrivere un’altra tac. “Magari la precedente era stata fatta male, certo mi prenderà a parole, ma d’altra parte meglio fare una brutta figura che un cancro in stadio troppo avanzato, e poi il dolore c’è, mica è andato via!”. Si arrabbia e dice:“Nessuno mi da retta, tutti mi prendono sotto gamba, quando cominceranno a curarmi sarà troppo tardi!”

Anita è sicura, se non ci fosse nulla di grave il medico non le avrebbe mai prescritto questi nuovi accertamenti e, nuovamente, conferma sempre di più la sua ipotesi iniziale.

“Bene, farò tutti questi accertamenti, scoprirò il cancro in tempo! Se salto anche solo un esame potrebbe portare male, potrebbe succedere che per un solo esame non fatto, alcune cose non riusciranno a vederle..si si farò tutto, nei minimi dettagli. Per me è troppo importante sopravvivere, devo evitare ad ogni costo la chemioterapia o un intervento chirurgico, la sedia a rotelle, poi, non ne parliamo!”. Anita pensa anche ai suoi familiari “Pensa che trauma sarà per i miei cari quando mi faranno la diagnosi, ormai sarà troppo tardi, poi comincerà il calvario, non devo assolutamente abbassare la guardia anche se non voglio più vivere con queste preoccupazioni.”