Insonnia in età evolutiva

Il sonno viene come l’avanzare della marea. Opporsi è impossibile.
-Banana Yoshimoto-

Carlo ha 18 mesi, è in buona salute ed ha uno sviluppo psicomotorio nella norma. È figlio unico e ha sofferto di coliche nei primi 3-4 mesi di vita, creando nei genitori preoccupazioni sulla sua capacità di addormentarsi senza piangere. I genitori riportano che Carlo ha un problema di addormentamento e spesso un risveglio notturno, da cui fatica ad addormentarsi. Quello che preoccupa i genitori è che ormai (da qualche mese) non basta più la loro presenza in stanza per tranquillizzarlo quando non riesce a dormire, come quando era più piccolo.

Cos’è l’insonnia in età evolutiva?
I problemi di sonno in età pediatrica sono tra i più riferiti dai genitori ai pediatri o ad altre figure di accudimento dei bambini. Tra questi, i problemi di inizio e mantenimento del sonno durante la notte sono comuni e si stima la loro prevalenza intorno al 20-30% durante la prima infanzia. I problemi di sonno infantile hanno conseguenze negative sia sul contesto familiare che sul bambino stesso.

La diagnosi di insonnia in età pediatrica non viene emessa al di sotto dell’età di sei mesi. Questo perché solo intorno ai sei mesi i bambini tendono a sviluppare un sonno ben consolidato e acquisiscono la capacità di dormire di notte. L’importanza di una diagnosi precoce dell’insonnia nel bambino è sottolineata dagli studi che dimostrano che i problemi di sonno durante il primo anno di vita, se non trattati, tendono a persistere. In particolare è stato evidenziato che i problemi di sonno non trattati tendono a mantenersi nel 50% dei bambini quando vengono rivisitati uno o due anni dopo.

Un crescente numero di studi negli ultimi 10 anni indica che gli interventi cognitivo comportamentali per l’insonnia nel bambino sono efficaci, soprattutto nei primi anni di vita, per risolvere i problemi di disposizione a letto e di risvegli notturni sia a breve che a lungo termine.

Quali sono i sintomi del disturbo?
I problemi di disposizione a letto e i risvegli notturni durante la notte in età pediatrica sono compresi nella Classificazione Internazionale Dei Disturbi del Sonno (ICSD-3) nell’ambito del Disturbo da insonnia cronica.

I sintomi principali dell’insonnia nel bambino sono:

  1. Difficoltà a iniziare il sonno;
  2. Difficoltà a mantenere il sonno;
  3. Risveglio prima del voluto;
  4. Resistenza ad andare a letto negli orari appropriati previsti;
  5. Difficoltà a dormire senza l’intervento del genitore o di chi gli fornisce le cureprimarie

Le conseguenze diurne associate sono:

  1. Fatica/malessere;
  2. Difficoltà di attenzione, di concentrazione o di memoria;
  3. Difficoltà in ambito sociale, famigliare o nelle prestazioni scolastiche;
  4. Disturbi di umore/irritabilità;
  5. Sonnolenza diurna;
  6. Problemi comportamentali (es. iperattività, impulsività, aggressività);
  7. Riduzione della motivazione/energia/iniziativa;
  8. Propensione agli errori/incidenti;
  9. Preoccupazioni o insoddisfazione rispetto al sonno (questo solo a partire dall’etàadolescenziale).

Nei bambini piccoli (0-3 anni), la difficoltà di addormentamento, di mantenimento del sonno o entrambe sono spesso il risultato di associazioni inadeguate che il bambino impara relativamente al sonno e alle fasi di addormentamento o sono problematiche dovute a inadeguate definizioni dei limiti da parte dei genitori.

Lo sviluppo del modello di sonno disadattivo infantile e dei suoi disturbi è influenzato da una complessa serie di fattori sia fisiologici che psico-sociali correlati a influenze culturali, caratteristiche genitoriali e a specifiche relazioni tra bambino e genitore.
Vi possono essere anche bambini che hanno disturbi del sonno dovuti perlopiù a problemi di ansia sottostante o di paure specifiche.

Quali sono i trattamenti?
La terapia di tipo Cognitivo-Comportamentale (CBT) risulta la più efficace per questo genere di disturbi, anche in età pediatrica. In particolare gli interventi di tipo comportamentale risultano efficaci sulla riduzione dei tempi di addormentamento, sul numero di risvegli notturni, sulla durata dei risvegli notturni e sull’efficienza del sonno.
Gli interventi si strutturano in base all’età e allo stadio di sviluppo del bambino e sono personalizzati in relazione al specifica situazione.

Sono interventi che prevedono:

  • Una fase di valutazione della situazione (3/4 colloqui);
  • Un colloquio di restituzione rispetto a quello che è emerso, con indicazionisull’intervento più adeguato da seguire;
  • Una fase di trattamento.

L’intervento più indicato è il Parent Training.
Il Parent Training, è di breve durata ed è focalizzato sul sonno. Durante il Parent Training si danno sia indicazioni educative sul sonno, sia indicazioni per le routine precedenti al momento dell’addormentamento, che siano rilassanti positive e che aiutino il bambino a collegare il sonno con attività calme e piacevoli. E’ molto importante prevedere anche una parte dell’intervento sulla modificazione di alcuni pensieri poco utili che i genitori fanno rispetto al sonno.

Come possiamo aiutare i bambini a dormire meglio?
Per poter aiutare i bambini a dormire meglio è utile avere delle conoscenze sul sonno.
Appena nato, il bambino, per dormire bene ha bisogno di un contatto continuativo con la sua mamma perché si trova nella fase di esogestazione che dura 9 mesi, il periodo di transizione tra la pancia della mamma e il mondo esterno.
Il bambino ha un sonno molto diverso da quello della sua mamma e del suo papà: i primi mesi la ghiandola pineale che regola la produzione di melatonina non é ancora pienamente sviluppata e, fino a circa tre anni, il suo ciclo di sonno ha una struttura completamente diversa da quella di un adulto. Potrà, quindi, essere più vulnerabile a svegliarsi perché durante la notte trascorre più tempo nella fase di sonno leggero (sonno REM).
Il bambino, dopo i 4 mesi, inizia ad acquisire un ritmo circadiano. Dormirà meglio e si sentirà più sicuro se la sua mamma garantirà una continuità tra l’ambiente in cui si addormenta e quello in cui dorme.
Il bambino, crescendo, comincerà ad avere bisogni diversi e ad autoregolarsi durante la notte, fino a dormire da solo.
Possiamo garantire sempre la nostra protezione e il nostro accudimento pur modificando talvolta le nostre modalità di addormentamento in relazione ai suoi cambiamenti e alle sue richieste. Non esiste un tempo preciso per cominciare a dormire da soli, ma come quando si impara a camminare o parlare ogni bambino ha i propri tempi e il compito del genitore è quello di accompagnarlo in questo processo graduale di autonomia. Ci saranno momenti però, in cui il bambino ricercherà di nuovo la vicinanza della propria mamma: quando é malato o quando sta vivendo un cambiamento o quando ha fatto un brutto sogno.

Bibliografia.
Alberto Pellai e Barbara Tamborino, E’ ora del lettino. Piccole grandi sfide evolutive, DeAgostini, 2017.
Alessandra Devoto, Il trattamento cognitivo-comportamentale in età evolutiva, Cognitivismo Clinico (2016) 13,1, 68-80.

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