“Il nostro passato è una determinante essenziale del nostro comportamento attuale e ciò che una volta ha influenzato fortemente la nostra vita deve continuare per sempre ad avere lo stesso effetto”: la nona idea disfunzionale di Albert Ellis.

La rubrica

 

Sara, nonostante sia, per ogni convenzione sociale che si rispetti, in perfetta età da marito, a 35 anni è ancora tranquillamente single. Da quando la sua più grande storia d’amore è finita male non è più riuscita a costruirne un’altra con nessuno, nonostante possa vantare una serie di rapporti e flirt non andati a buon fine. Ad ogni nuova conoscenza Sara si approccia con la convinzione che le cose andranno sempre nello stesso modo e la sua condizione sentimentale sia destinata a rimanere la stessa.

Una delle sue migliori amiche, Nadia, crede in molte cose, ma non in se stessa e ha raggiunto, grazie alla terapia che ha iniziato motivata qualche mese fa, la consapevolezza che questa sua scarsa autostima, molto limitante in vari aspetti della sua vita, abbia le sue origini nel comportamento continuamente disprezzante di sua madre, sin dall’infanzia. Aggrappata al suo passato “svalutante”, Nadia non fa granché per modificare la sua attuale condizione e in molte circostanze continua a vedersi come l’incapace e l’inetta di turno.

Sara e Nadia, a parte qualche aperitivo e una solida amicizia, condividono quella che Ellis ha definito come nona idea disfunzionale che si traduce nella convinzione secondo cui “il nostro passato è una determinante essenziale del nostro comportamento attuale e ciò che una volta ha influenzato fortemente la nostra vita deve continuare per sempre ad avere lo stesso effetto”.

Questa idea è diffusamente riscontrabile in coloro che credono che se qualcosa ha influenzato la loro vita, questa rimane immodificabile per sempre. E’ intuibile come una tale idea di base porti in sé diversi elementi di irrazionalità.

In primis, il rischio è di cadere nella trappola cognitiva dell’ipergeneralizzazione e di dare per scontato che quanto accade in determinate situazioni vale per tutte le altre. Una storia d’amore è andata male, ma questo non vuol dire che, anche dopo anni, le altre debbano riservarci lo stesso doloroso e triste epilogo. Allo stesso modo, il fatto che, di fronte ai commenti negativi di sua madre, Nadia abbia legittimamente sviluppato una scarsa fiducia nelle proprie capacità non significa che, anche a distanza di anni e in diversi contesti, fuori da casa sua, debba ancora arrendersi a questa sua immagine di persona incapace.

Se lasciassimo tutto nelle mani del nostro passato tenderemmo a riproporre soluzioni ai nostri problemi che sono state utili un tempo e che possono, al contrario, rivelarsi inefficaci oggi, rischiando di non considerare quel ventaglio di possibilità alternative migliori.

Il passato che condiziona in modo importante la nostra vita attuale potrebbe altresì essere un comodo alibi per non modificare alcuni dei nostri comportamenti disfunzionali e ritenere che sia impossibile cambiare, perché siamo fatti in un certo modo: sia Sara che Nadia potrebbero giustificare, con il loro trascorso emotivo, la difficoltà a fidarsi di una nuova persona e lasciarsi andare, l’una, e l’incapacità a vedersi e considerarsi in modo diverso, l’altra.

Come possiamo modificare questo pensiero irrazionale e renderlo più funzionale al nostro benessere?

“Se il bruco dovesse resistere al cambiamento non diventerebbe mai una farfalla”

Il primo passo da muovere è sicuramente quello di  accettare il ruolo importante del passato, riconoscendo però che il presente è il passato di domani e che, pertanto, impegnarsi nel suo cambiamento significa probabilmente aprire le porte ad un futuro maggiormente soddisfacente. Sara, ad esempio, impegnandosi a vivere le nuove conoscenze con un atteggiamento di apertura e fiducia può porre le basi per la costruzione di una relazione più sana; Nadia, invece, modificando alcune sue convinzioni e potenziando la sua autostima oggi potrebbe aiutare la se stessa di domani ad essere una donna migliore.

Inoltre, come ha saggiamente affermato Albert Einstein, “non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose”. Per cui, affinché questo cambiamento sia possibile è necessario smettere di ripetere le azioni automatiche che facciamo da sempre e, ancor prima, è indispensabile esserne consapevoli e individuarle. Nadia, ad esempio, riconoscendo di sé l’idea, ormai fortemente interiorizzata, di essere una buona a nulla, può impegnarsi nel sradicarla e cercare di mettere in atto, con tutti i legittimi sforzi che ne conseguono, atteggiamenti che la portino a mettersi in gioco, in modo da dimostrare sperimentalmente a se stessa che vale e che è una persona capace. Allo stesso modo, Sara, riconoscendo le sue idee e i suoi timori di base  rispetto alle relazioni, potrebbe approcciarsi in maniera differente, anche se potrà costarle chiaramente fatica, in maniera da avere maggiori probabilità che le cose prendano la solita piega negativa.

Si tratta di un lavoro su se stessi non senza sforzi e fatiche che si potrebbe portare avanti anche grazie ad una terapia, stando attenti a non assumere un atteggiamento generale di ribellione verso tutte le influenze del passato. Occorre individuare, mettere in discussione e ristrutturare quelle idee che provocano turbamento nella situazione presente e minano la nostra serenità e il nostro benessere.

In definitiva, nel rispetto di quello che siamo stati, di quanto ci è accaduto e delle idee che ci siamo creati su noi stessi, sugli altri e sul mondo, possiamo rivedere il tutto, alla luce del presente e attivarci eventualmente nella direzione di un cambiamento attuale che potrebbe riservarci condizioni future decisamente migliori. Del resto, “se il bruco dovesse resistere al cambiamento, non diventerebbe mai una farfalla” e sarebbe davvero uno spreco di vita.

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