Il ritiro sociale in adolescenza

 

È tendenza comune evitare le cose e le situazioni che temiamo e che non sappiamo affrontare e questo atteggiamento è molto frequente anche in adolescenza. I ragazzi che non riescono ad affrontare la situazione più temuta, l’interazione con i pari, possono anche arrivare ad un vero e proprio ritiro sociale, che nei casi più gravi può portare al rinchiudersi lentamente nella propria stanza fino a non frequentare più coetanei e non svolgere attività scolastiche ed extrascolastiche. Il ritiro sociale è quel comportamento che porta la persona all’isolamento sociale e sembra essere abbastanza stabile durante le fasi dello sviluppo, dalla fanciullezza all’adolescenza fino all’età adulta (Rubin e Coplan, 2004, Rubin, Coplan e Bowker, 2009). In letteratura c’è un diffuso consenso sul fatto che vari fattori portano al ritiro sociale: disinteresse nel relazionarsi con gli altri, depressione e/o ansia sociale (Coplan, Gavinski-Molina, Lagacé-Séguin e Wichmann, 2001). Inoltre, ricerche longitudinali mostrano come il persistere delle difficoltà relazionali e il ritiro sociale correli positivamente con la depressione (Hammen, 2005). Altre ricerche hanno, invece, documentato una correlazione tra le difficoltà nella relazione tra pari e alti livelli di sintomi di fobia sociale (Ginsburg, La Greca e Silverman, 1998). È attraverso la relazione tra pari che i ragazzi elaborano poi il proprio modo di relazionarsi in età adulta, perciò solo intervenendo in età precoce possiamo modificare gli schemi relazionali disfunzionali portandoli a diventare funzionali. Motoca, Williams e Silverman (2012) hanno mostrato che alti livelli di ansia correlano con scarse abilità sociali e interazioni tra pari disfunzionali e scarse abilità sociali correlano con interazioni tra pari disfunzionali.

Per poter quindi evitare determinate situazioni, si ritiene importante aiutare i ragazzi a sviluppare delle interazioni sociali con i pari positive. È dimostrato, infatti, che la gravità della psicopatologia è spesso correlata a difficoltà a carico delle funzioni metacognitive e del ritiro sociale (Semerari et al., 2014), pertanto, è importante aiutare i ragazzi a sviluppare le abilità metacognitive* e quelle sociali e può essere utile farlo inserendo questi ragazzi in un gruppo di “Social skills training“.

Il “Social skills training” è un training di gruppo volto a potenziare quelle abilità sociali, come l’abilità a iniziare e mantenere una conversazione o la capacità di risoluzione dei conflitti, e all’acquisizione di modi personali per affrontare le situazioni interpersonali temute. Quando vi è un’alterazione della capacità comunicativa verbale ed extraverbale, l’obiettivo è lavorare con tecniche di esposizione, di “modellamento”, di “role playing” e di “pratiche assegnate” , con lo scopo di favorire l’apprendimento di comportamenti interpersonali adeguati e di ridurre l’ansia nelle situazioni temute. In un ambiente protetto come quello del gruppo, le persone possono imparare e modificare i propri approcci comunicativi e, di conseguenza, la rappresentazione di sé. Sperimentando rapporti sociali con gli altri membri del gruppo e utilizzando i feedback sul proprio comportamento, i ragazzi che partecipano a questo gruppo possono comprende come migliorare le proprie interazioni con gli altri. Pertanto, svilupperanno la conoscenza e la consapevolezza emotiva, impareranno a comprendere la relazione tra emozioni e pensieri nelle diverse situazioni di vita quotidiana e svilupperanno le abilità relazionali apprendendo strumenti che li renderanno capaci di gestire le diverse situazioni problematiche che si possono trovare ad affrontare nella vita quotidiana, aumentando il numero dei fattori protettivi per evitare l’instaurarsi di disturbi psicopatologici in età adolescenziale e/o adulta.

 

*Abilità metacognitive: l’insieme delle abilità che consentono all’individuo di attribuire e riconoscere la presenza di stati mentali (es. emozioni, pensieri, desideri, bisogni, intenzioni) in se stesso e negli altri, a partire da espressioni facciali, stati somatici, comportamenti ed azioni, di riflettere e ragionare su di essi e di utilizzare tali conoscenze per prendere delle decisioni, risolvere i problemi interpersonali, padroneggiare la sofferenza soggettiva e negoziare efficacemente i propri desideri e scopi con gli altri (Terzo Centro di Psicoterapia Cognitiva, Roma).

 

Bibliografia:

Coplan R.J., Gavinski-Molina M.H., Lagancé-Séguin D. e Wichmann C. (2001). When girls versus boys play alone: gender differences in the associates of nonsocial play in kindergarten. Developmental Psychology. 37, 464-474

Ginsburg G., La Greca A.M. e Silverman W.K. (1998). Social anxiety in children with anxiety disorders: Relations with social and emotional functioning. Journal of Abnormal Child Psychology. 26, 175-185

Hammen C. (2005). Stess and depression. Annual Reviews of Clinical Psychology. 1, 293-319

Motoca L.M., Williams S. e Silverman W.K. (2012). Social Skills as Mediator between Anxiety Symptoms and Peer Interactions among Children and Adolescents. Journal Clinical Child Adolescent Psychology. 41(3), 329-336

Rubin K.H. e Coplan R.J. (2004). Paying attention to and not neglecting social withdrawal and social isolation. Merrill-Palmer Quarterly, 50(4), 506-534

Rubin K.H., Coplan R.J. e Bowker J.C. (2009). Social withdrawal in childhood. Annual Review of Psychology, 60, 141-171

Semerari A., Colle L., Pellecchia G., Buccione I., Carcione A., Dimaggio G., Nicolò G., Procacci G. e Pedone R. (2014). Metacognitive dysfunctions in personality disorders: correlations with disorder severity ans personality styles. Journal of Personality Disorders, 28, 137

 

Administrator