Racconti di terapia: il disturbo d’ansia generalizzato di Francesca.

Linda: Hai niente per un attacco d’ansia? Ho bisogno di un tranquillante…
Sam: Ce li ho tutti, io sono una farmacia… che cos’è che non va?
Linda: Ho una specie di crampo alla bocca dello stomaco.
Sam: Sì? E come fai a sapere che è ansia? Chi ti dice che non è paura?
Linda: Lo stomaco mi va su e giù…
Sam: Senti che ti manca il respiro?
Linda: Sì, anche… ho il terrore di qualcosa, e non so di che cosa.
Sam: Ah, ho capito.
Linda: Mi succede per mille cose. Ho notato che mi succede sempre quando Dick parte per un viaggio d’affari.
Sam: È partito?
Linda: Sì. È andato a Cleveland in aereo per un giorno. L’ho aiutato a prepararsi, l’ho accompagnato all’aeroporto, e ho vomitato al terminal della United Airlines.
Sam: Sì, è un bel terminal. Ci ho vomitato anch’io.
Linda: Non riesco proprio a capire cos’è che mi sconvolge in questo modo.
Sam: È la paura della separazione, è un fenomeno interessante. Una volta andai a Washington quand’ero sposato, ero io che partivo eppure stetti male. Al mio ritorno mia moglie vomitò.

– Provaci ancora, Sam, film statunitense di Herbert Ross del 1972, tratto dall’omonima opera teatrale di Woody Allen –

 

Francesca si presenta così. “Il problema è che mi preoccupo troppo, di tutto. Non ho motivo per non preoccuparmi di qualcosa. Il lavoro, la famiglia, la salute, il mio cane. Tutto mi rende ansiosa. Forse dovrei dire che mi preoccupo di tutto ciò che costituisce la mia vita. Mi rendo conto che non riesco a smettere di preoccuparmi. Non riesco a dire o decidere di non preoccuparmi per un certo periodo di tempo, o in un determinato momento. Tipo quando esco con le amiche, o per dormire. Io mi preoccupo costantemente per qualsiasi cosa. Questa cosa mi sta rovinando la vita, non mi rilasso, mi sembra di impazzire, di non avere più il controllo! Io non vivo, se non delle mie preoccupazioni. Impegnano tutto il mio tempo e le mie energie.”

Francesca ci fa capire come l’ansia generalizzata rappresenti uno stato caratterizzato da eccessiva ansia e preoccupazioni, intrusive e pervasive, che compromettono l’intera vita della persona che ne soffre. Esprime la percezione di una totale mancanza di controllo sulle sue preoccupazioni, altro elemento caratteristico dell’ansia generalizzata.

“E’ da anni che va avanti questa cosa. Da anni vivo queste mille preoccupazioni e paure. Mi preoccupo talmente tanto da sfiancarmi, mi sento stanca e senza energie. Forse in alcuni momenti sono depressa e spossata. Spesso sono agitata, tesa, talmente tesa che i muscoli mi fanno male, irritabile, non riesco a concentrarmi, nemmeno su quello che mi sta dicendo il mio capo, se in quel momento sono iniziate le mie preoccupazioni. Ormai le chiamo così, per nome, le “mie preoccupazioni”. Poi, quando sono fortunata, inizia il mal di stomaco, iniziano dei crampi atroci. Il mio fidanzato dice che la mancanza di riposo, anzi, la mia incapacità di riposarmi e la mia insonnia peggiorano tutto quello che sento. Questi problemi sono iniziati gradualmente, e sono diventati ingestibili”.
Francesca descrive i sintomi tipici dell’ansia generalizzata: facile irritabilità, irrequietezza, sentirsi tesi o con i nervi a fior di pelle, facile faticabilità, mancanza di riposo, difficoltà di concentrazione o vuoti di memoria, tensione muscolare, disturbi gastro-intestinali, insonnia o sonno agitato.

Spesso Francesca descrive il suo rimuginio, processo che si può descrivere come delle catene di pensieri negativi che incrementano e mantengono lo stato d’ansia che lo ha innescato inizialmente, creando un circolo vizioso. Il semplice rimuginio non è un tratto specifico dell’ansia generalizzata. Tutti nella nostra vita possiamo sperimentale. Ciò che principalmente differenzia l’espressione patologica del rimuginio sono la scarca capacità di controllo percepita su di esso e il non riuscire, nonostante svariati tentativi, a ridurlo.

“ Mi sento impotente di fronte alle mie preoccupazioni, è come se in loro presenza io cessassi di esistere, bloccassi la mia vita, tutto quello che sto facendo in quel momento, per dare spazio a loro. Ho provato ad accendere la radio, a leggere qualcosa, a chiamare un’amica. Inizialmente funzionava. Per qualche istante riuscivo a spostare l’attenzione dalle mie preoccupazioni. Dopo poco si insinua poi un senso di costrizione, come se quello che ho iniziato a fare per non ascoltare le mie preoccupazioni rappresentasse non più una distrazione, ma bensì un elemento di disturbo. Quindi comincio ad odiare quello che sto facendo, a non sopportarlo, ad accorgermi che tanto non è ciò che mi interessa. A chi la voglio dare a bere?…Io non riesco a non preoccuparmi. Non posso non preoccuparmi. E torno a preoccuparmi, più in ansia e sconfitta, incapace, impotente di prima.”

“A volte credo che preoccupandomi in questo modo arriverò ad impazzire. Diventerò folle. Come posso pensare di vivere in questo modo, di passare la mia vita a preoccuparmi in questo modo?… un bel giorno impazzirò, nel bel mezzo di una preoccupazione delle mie, totalmente impossibile da rassicurare e modificare. Forse in quel momento smetterò di preoccuparmi, o forse diventerò una pazza molto preoccupata. Quando penso a queste cose mi sento totalmente in balia dei miei pensieri, sento che i miei tentativi di bloccarli sono vani. E l’ansia, così come le preoccupazioni , aumentano.” In questo caso Francesca opera una valutazione “negativa” delle sue costanti preoccupazioni. Le giudica come pericolose in quanto potrebbero condurla alla follia e all’impazzimento. Contemporaneamente sperimenta il fallimento dei suoi tentativi di distrarsi e di sopprimere il rimuginio, o di evitare determinate situazioni per il timore di non ottenere risultati soddisfacenti, o di chiedere continue rassicurazioni ad altre persone rafforzando la sua convinzione di non riuscire a controllare le sue preoccupazioni, di essere impotente e di rischiare di impazzire in balia di questi pensieri, aumentando considerevolmente il suo stato ansioso.

Secondo il modello cognitivo-comportamentale le costanti preoccupazioni della persona con distirbo d’ansia generalizzato, e quindi il rimuginio, possono diventare oggetto di valutazioni anche positive, in quanto la persone vive queste valutazioni come l’unico modo possibile per “mantenere sotto controllo” i propri problemi, per sentirsi preparata ad affrontare o per prevenire le tragiche aspettative che si figura. Questa convinzione risulta erronea in quanto, paradossalmente, mantenendo alti livelli di ansia e continuando a preoccuparsi, si accentua, secondo un circolo vizioso, la sintomatologia sopra descritta acutizzando e mantenendo il disturbo d’ansia stesso. Il risultato è che la mente è occupata maggiormente nel rimuginio. Questi processi, quando ricorrenti e sistematici, conducono alla sofferenza psico-fisica.

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